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Full text of "Il profeta Mansùr, G.B. Boetti, 1743-1798"

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BOOK 27 1.2.B633 ZP e 
PICCO # IL PROFETA MANSUR 
1743- 179 



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Boston Library Consortium IVIember Libraries 



littp://www.archive.org/details/ilprofetamansrOOpicc 



FRANCESCO PICCO 



IL PROFETA MANSÙR 



(G. B. BOETTI) 

1743-1798 




A. F. FORMIGGINI 

EDITORE IN GENOVA 



191Ò 



AD 
ALESSAl^DEO D'AISTOOI^^A * 



« Fra i molti avventurieri del sec. XVIII 
merita im luogo particolare il padre Boetti. 

Per noi cui non ispira nessun intento di 
fare una delle così dette ricibilitasioni, ma che 
negli avventurieri studiamo soltanto un aspetto 
singolare del sec. XYIII, il padre Boetti ha 
specialissima importanza. Anch' egli irrequieto 
ed errabondo ; anch' egli non sempre scrupo- 
loso nelle azioni della vita: anch' egli, come 
tant' altri suoi confratelli di avventure, impa- 
ziente di freno, e sopratutto invasato della 
idea che la società possa e debba ricomporsi 
dalle fondamenta, e fatta taMtla rasa del pas- 
sato, rimettersi a nuovo per virtù di concetti 
metafisici più o meno buoni. Ma quantunque 
egli sia uno dei più notevoli fra gli avventu- 
rieri del Settecento, il nome suo era, può dirsi, 
ig^noto, finché il professore Ottino non lo fece 
rivivere nel 1876 in uno scritto delle Curiosità 
e ricerche di storia sìtbalpina. Xoi attingeremo 
a questo scritto, senza renderci però stretta- 
mente garanti di tutte le maravìgliose e strane 



— II — 

avventure del Boetti e dolendoci soltanto che 
1' egregio nomo non abbia integralmente pub- 
blicato quella relazione sui casi del Boetti, che 
trovasi negli Archivi di Stato a Torino, e che 
è desunta da memorie dell' avventuriere, a lui 
nel 1786 trafugate da tale, che gii era stato 
cancelliere e confidente ». 

Queste parole di Alessandro W Ancona, che 
si leggono in un vecchio articolo del Fanfulla 
della domenica \ e in una recente ristampa di 
esso , m'indussero, anni addietro, a ricercare 
e a pubblicare la Relazione ^ della quale ivi 
si discorre, sussidiandola di qualche altro do- 
cumento ^ , che m' era avvenuto di mettere in- 
sieme durante i miei soggiorni estivi qui in 
Piazzano, e cioè nel borgo monferrino, che fu 
« il natio loco » del Profeta Manshr. 
l Fin d' allora avevo posto in fronte alla do- 
cumentazi0-ne delle vicende strane dell' ardi- 
mentoso missionario e guerriero alcuni cenni ^ 
Mosso ora dall'intento di coordinare in assetto, 
dirò così, definitivo, le molteplici vicende della 
vita del Boetti, quali da scritture e pubbliche 
e private ad altri e a me fu dato di racco- 
gliere, tali cenni riprendo e svolgo dalle dimen- 
ticate pagine della Kivista di Storia Arte Ar- 
eheologia della Provincia di Alessandria del 
1901, per le esortazioni di molti amici, che con 
varia opera di cultura intendono restituire a 
quella maggior rinomanza, che gli spetta, il bel 



— Ili 



Monferrato, e per desiderio dell'amico editore 
Formìggini, che si ripromette di dare alla sto- 
ria avventurosa del frate Profeta ^ una più 
larga diffusione. 



Piazzano Monferrato (Alessandria) 
Settembre 1914. 



F. P 



C^ è iu Monferrato, in quel di Casale, una bor- 
gatella. Piazzano, che x^robabilmente sarebbe ri- 
masta, come i popoli felici, senza storia, se non 
le fosse toccata la ventura di dar i natali, a mezzo 
il settecento, ad un singolarissimo uomo, bramoso 
di nomea e di dominio. 

In questo minuscolo villaggio monferrino, che 
sorge sovra un poggio aprico, là dove termina la 
valle detta della Dardagna, la quale s^apre spa- 
ziosa a Pontestura e va via via facendosi sempre 
l^iù angusta lincile gli ondulati colli vitiferi, che la 
fiancheggiano, si chiudono in cerchio formando 
una graziosa conca verde, nasceva, infatti, il 2 
giugno del 1743, Giovan Battista Boetti, tratto 
poi dai casi della sua fortuna a fregiarsi del ti- 
tolo superbo e misterioso di Profeta Mansùr. 

Era allora Piazzano parrocchia, non comunità, 
che con Camino e Castelsampietro ed altre terre di- 
pendeva dai marchesi Scarampi di Villanova, conti 
di Camino ; n^ era podestà, in quel tempo, il padre 
del nostro avventuriero, notar Spirito Bartolomeo 



Boetti, discendente dei conti di Cunico, marito 
di Maria Margherita figlia del' notaio Vittorio 
Imperiale Montalto di Crescentino sul Po. 

Queste nozze non erano state davvero infe- 
conde. Sposata nel 1740, e divenuta madre di 
una sequela di bimbi, quasi tutti però non vitali, la 
moglie del nostro podestà, dipinto ne^ documenti 
come rude e disumano, si sx)egneva al suo quin- 
dicesimo parto, lasciando vive, oltre al maschietto 
di sette anni, tre sole figliuole. 

Riapparve forse ancora di poi, cresciuto d^anni 
e di senno, alla mente di Giovan Battista, tra i 
più teneri ricordi della puerizia la visione ango- 
sciosa della sua povera madre, affranta dagli af- 
fanni d' una misera vita, bistrattata dallo sposo, 
trascinata con immatura morte al sepolcro ? 
L* ombra di un interno dolore turbò i diletti gio- 
condi della sua fanciullezza, ed una mal celata 
avversione, una sorda ostilità, che divampò, in se- 
guito, in palese contrasto, lo tenne sempre lon- 
tano dal padre suo. 

Gagliardo di membra e d'animo, egli aveva tra- 
scorso un' infanzia spensierata, condividendo con 
i coetanei i giochi, le zuffe, le rapaci e allegre 
scorrerie nei frutteti e nelle vigne del suo bel 
colle natio, biblicamente denominato Monte Sion ; 
jnortagli la madre, vide invece intristire la pro- 
pria esistenza, povera di trastulli, tra le mura 
squallide d* un i)ensionato cittadino, a Casale, 
dove il poco amorevole padre, seco trattenendo sol- 



tanto le due figlie minori, aveva allogato anche 
la figliola pili grandicella. 

Giova in vero soggiungere che notar Spirito 
Bartolomeo, uomo dalla natura esuberante, stimò 
ben presto intollerabile io stato vedovile, e per 
non rimanersene piìi a lungo senza una donna al 
fianco, meditò nuove nozze. Invano quel ragaz- 
zaccio impertinente di suo figlio, che attendeva 
nella vicina Casale ai latinucci, osò dirigergli 
una lettera piena di buon senso, mostrandoglisi 
lui, d^ecenne, ignaro della vita, preoccupato del 
passo, ch'ei stava per compiere. Non ricco, già 
provveduto largamente di prole, senz' ombra di 
ritegno per la famiglinola alla quale procacciava 
in tal modo lagrime e triboli, egli si tolse in 
casa, nel 1754, una seconda sposa, Paola Maria 
Margherita, della casalese famiglia dei Rivalta, 
che nel 1756 lo rese padre di un altro maschietto. 

Le previsioni del precoce adolescente ebbero 
così piena conferma. Le sue tre sorelle, due delle 
quali convivendo con la bisbetica matrigna eb- 
bero a sperimentarne P umore astioso, s^ appiglia- 
rono al partito di rendersi suore, e nella pace di 
un chiostro, nella stessa Casale, vissero quindi in 
preghiera la loro umile vita. Egli medesimo ri- 
dusse sempre piti il numero delle sue visite e 
raccorciò i periodi di soggiorno nella casa pa- 
terna, dove nessuno mai non gli rivolgeva una 
parola d^ affetto, dove trovava sempre nuove busse 
e nuovi crucci, donde ripartiva desolato, covando 



_ 4 — 

in cuore un muto rancore verso il padre indiffe- 
rente, verso la donna a lui estranea ed invisa, 
e verso il di lei figlio Giovanni Carlo venuto 
d' improvviso ad usurpare il suo posto. Poicliè la 
matrigna, di carattere più risoluto, fors' anclie 
di maggior avvenenza di colei che P aveva pre- 
ceduta in quella dimora, non aveva dovuto durar 
troppa fatica per insignorirsi delP animo del 
consorte allontanandolo sempre più dai figli di 
primo letto. Ferito nelPamor proprio il nostro 
studentello non s'accascia, ma si volge, operoso, 
a cercar conforti negli studi, ai quali e negli anni 
in cui restò a Casale e nel triennio, che, varcata 
la quindicina, trascorse in un collegio a Torino, 
attese con alacre lena. Egli è però un collegiale 
poco ossequente alle imposizioni autoritarie; è, 
come suol dirsi, autodidatta, quale lo vengono fog- 
giando il suo ingegno vivacissimo, il pronto in- 
tuito, una curiosità insaziata delle cognizioni più 
disparate, ignorate o neglette da' suoi condiscepoli. 
Un bel giorno poi, capitò a Casale suo padre e 
volle sapere come andavano gli studi del figliolo, del 
quale s' era fitto in capo di far un medico. Pensi 
ognuno come rimase quando seppe che quegli 
attendeva invece a studi preparatori per darsi 
quindi alle leggi ! Giambattista a dir vero non si 
turbò soverchiamente dei fieri rimbrotti paterni, 
ne si smosse da' suoi disegni, e non restandogli 
altro scampo, tramò la fuga. Invano il x><idre lo 
richiamò all'obbedienza e imi)artì in proi)Osito 



— 5 — . 
ordini severi: già germinavano nel giovane cuore 
spiriti di rivolta, e acquistavano saldezza alcuni 
liberi propositi da tempo accarezzati. Destro, scal- 
tro, simulatore, il giovinetto studente non se la 
sentiva affatto di seguir pecorilmente la volontà 
altrui ed era pronto a romperla anche con suo 
padre. Lo allettavano indistinti sogni di gloria, 
ed unMntima, fondata persuasione d^ esser desti- 
nato a grandi cose ; non vedeva P ora di uscir 
nel vasto mondo, fuori d^ ogni impaccio ; vagheg- 
giava una vita indipendente, fiera, coronata da 
trionfi, quale glie la fingevano le sue ambizioni 
smisurate, e quale gli bastava P animo di conqui- 
starsi. 

Deciso pertanto ad evadere dal collegio, si pro- 
pone di correre P Italia e quindi P Oriente. A corto 
di quattrini, ma ricco di coraggio lino alla teme- 
rarietà, supera un primo ostacolo che altri avrebbe 
ritenuto insuperabile, inducendo, con una i)iccola 
somma, un camerata ad ottenere e a cedergli il 
suo passaporto, e già sta per prendere il volo 
quando, con sua grande sorpresa, il suo piano è 
sventato. 11 giorno stesso in cui deve andarsene, 
lo si avverte che e' è qualcuno alla porta, che 
chiede di lui: scende, e si trova davanti ad un 
signore sconosciuto « en habit noir et grande 
perruque », il quale, senza dargli spiegazione al- 
cuna, lo dichiara in arresto per ordine del re, e 
fattolo salire in una portantina, che attende lì 
presso, lo conduce seco alle carceri di « porta di 
Po ». 



Non è a dire quanto ei si crucciasse per questo 
inatteso contrasto! 

- Eiseppe di poi che quelP ignoto personaggio 
era il marchese di Villanova, scudiero della re- 
gina di Sardegna, protettore di tutta la famiglia 
Boetti, e un mese dopo, per V intercessione del 
suo buon nonno materno, venuto appositamente 
a Torino da Crescentino, fu scarcerato a patto che, 
pentito del suo trascorso, promettesse di dedicarsi 
allo studio della medicina. Gli fu, naturalmente, 
giocoforza i)iegar il capo per amor della conte- 
sagli libertà, ma egli, nel momento stesso della 
forzata sottomissione, non seppe frenare gli im- 
peti dell'animo suo, e quando si trovò di fronte al 
Governatore, presente il marchese di Villanova, 
invece delle parole d'ossequio e di scusa che gli 
veniva suggerendo il nonno amoroso, narrasi che 
uscisse a dire: 

— Eccellenza, mi costringono a rendervi grazie 
perchè mi avete fatto imprigionare ; io obbedisco, 
ma contro voglia, perchè mi sento ridicolo e me 
ne spiace. 

Nutriva, tuttavia, in fondo all'animo una rico- 
noscenza gentile verso quel congiunto attempato, 
che si dava tanta briga per lui, che gli voleva 
bene e che gli rammentava la cara madre defunta; 
lo seguì volentieri a Crescentino, e se ne staccò 
quindi con dolore allorché dovette tornarsene a 
Piazzano. Quivi soggiornò per un trimestre, ma 
i maltrattamenti subiti furon tali che, avendolo 



un giorno il padre manesco battuto con tanto 
furore da lasciarlo per morto, egli riprese la via 
di Torino, mostrandosi disposto a volgersi agli 
ingrati studi di medicina, pur di lasciare quei 
luoghi inospitali, quei parenti crudeli e disumani. 

Eecava però in cuore un tacito, cocciuto astio 
contro il caparbio volere de' suoi j e una tristezza 
senza fine penetratagli nelP animo deprimeva 
ogni suo giovanile entusiasDio. Si destavano 
sempre più violenti in lui gli sdegni contro la 
mala sorte, che lo perseguitava, piegandolo a 
studi, che gli repugnavano, ostacolandolo nelle 
sue vere aspirazioni; lo invadeva un imperioso 
bisogno di diviucolarsi da quelle pastoie fra le 
quali vedeva consumarsi la sua inutile adolescenza. 

Ed ecco che durante V aprile, con tutta pro- 
babilità del 1761, il nostro médecln malgré lui, 
allontanatosi alla chetichella da Torino, senza 
recar con sé né abiti, ne danaro, perviene a Mi- 
lano, dove s'alloga come scrivano presso il reggi- 
mento Glerici, che ivi ha stanza. Il suo aspetto, 
i suoi modi, la vivacità dello spirito, che gli tra- 
luce negli occhi mobilissimi, e un po' la sua 
buona stella, gli tengon luogo di passaporto; as- 
sunto così su due piedi, è presto assai benvoluto 
da tutta la Compagnia alla quale viene assegnato. 
Cinque mesi dopo passa a Cremona, dove riceve 
dall' unica persona della sua famiglia che non lo 
abbandoni, e cioè dal nonno crescentinese, qualche 
soccorso di quattrini e di indumenti ; entrato nelle 



— 8 — 
«grazie del Governatore e di parecchie famiglie 
nobili, s* arruola soldato condiiceiido uua comoda 
vita. 

Scrupoloso uelP adempimento de' suoi doveri, 
abile secondo l'occorrenza ad obbedire e a co- 
mandare, difetta però della calma necessaria per 
attendere che maturino gli eventi. 

Ecco infatti che mentre già si trova sulla buona 
strada per diventar ufficiale, come poco prima 
era accaduto ad un giovane, suo parente, che, 
diciannovenne appena, aveva conseguita tal grado 
in quel medesimo reggimento, la pazienza gli vien 
meno e poiché la promozione tarda a venire, pur 
essendogli già stato concesso di vestir la divisa, 
insofferente d'indugi, sentendosi forse poco tagliato 
per la disciplina militare, domanda il congedo e, 
provvisto di qualche soldo, si mette in viaggio 
senza alcun itinerario prefisso. 

Perviene, in questo modo, in Boemia, erra da 
Praga a Ratisbona, a Strasburgo, con mille av- 
venture e con varia fortuna. 

A Praga la sorte gli arrise. Proprio quando 
aveva esauriti ormai gli ultimi quattrini, gli ac- 
cadde d^ imbattersi in una vedovella, la quale, 
come lo vide, subito restò presa d'amore per lui 
e si dispose senz'altro a sposarlo; ma per esser 
costei d'una ricca famiglia, ligia alle norme tra- 
dizionali, e la morte del di lei marito, spirato da 
due mesi appena, troppo recente, le nozze furono 
rimandate a dopo il lutto. Senonchè alla ardente 



— 9 — 
vedova innamorata V attesa parve ben presto 
troppo dura, né ai precoce giovane reggeva F ani- 
mo di vederla struggersi crudelmente per amor 
suo. Così fu che il non pivi platonico idillio diede 
i suoi frutti; F imminente nascita di un figlio non 
potè a lungo esser celata; ogni lor disegno matri- 
moniale fu guasto; i parenti della vedovella in- 
namorata ne menarono grande scalpore e, soddi- 
sfatte le pretese delP ardito amante, lo indussero 
a partirsene da quella città in fretta e furia. 

Rifornitasi la borsa in modo sì inopinato, ve- 
nuto cioè in possesso d' un gruzzolo di ben tremila 
fiorini, in parte datigli dalla desolata amante 
come donativo, in parte dai di lei congiunti, il 
nostro Boetti riprese senza un pensiero al mondo 
il suo interrotto vagabondaggio zingaresco. Plus 
gai qu^ un empereur, per la via di Ratisbona toccò 
Strasburgo escogitando nuovi mezzi per gabbare 
il mondo e per spassarsela giocondamente. Egli 
aveva ormai compreso a meraviglia, col suo fine 
fiuto, quanto gli uomini si lascino spesso vincere 
dalle apparenze; si circondò pertanto di due do- 
mestici e di un garzone e si diede a percorrere, 
col suo piccolo seguito, la città, ammirandone, con 
gran sussiego, le opere artistiche monumentali. 

Il giuoco gli riesce. 

Mentre un dì cavalca per le vie di Strasburgo, 
con spavalda disinvoltura, un canonico col quale 
già s' era incontrato più volte nelle sue visite alla 
superba cattedrale, mostra desiderio di conoscerlo. 



— 10 — 
stringe rapporti con lui e lo invita a pranzo in 
casa sua. Xon V avesse mai fatto ! Una sua nii^ote 
ventenne crede di aver scoperto nel bel forestiero 
lo sposo vagheggiato piovuto dal cielo a far reali 
e felici i suoi rosei sogni di fanciulla; costui non 
la dissuade aftatto ed ella s' abbandona alP im- 
petuosa passione con trasporto. 

Il Boetti, dal canto suo, benché amato sviscera- 
tamente, rimane alquanto freddo: ella è ricca, ma 
brutta assai, e a lui fanno più gola i danari, che 
non le grazie di questa focosa fanciulla. Con tutto 
ciò sa condursi in modo da ottener da lei molti 
regali a accetta quindi di buon grado il passa- 
porto e una discreta sommetta che lo zio canonico 
gli mette prestamente tra le mani pur di allon- 
tanarlo dalla città, non appena le smanie della 
povera illusa V ebbero fatto accorto delP intrigo. 

Riprende allora la via del ritorno, e rientra 
in Italia dirigendosi alla volta di Boma. 

Wemo propheia.,. In patria la fortuna gli volge 
le spalle. Un fiorentino, che aveva a^ suoi servigi, 
lo spoglia nei pressi di Bologna, d' ogni cosa sua, 
e lo abbandona in paese sconosciuto, privo affatto 
di mezzi, cosicché non gli resta che tornarsene 
mogio mogio al villaggio natio. 

I due anni, o poco meno, che trascorre a Piaz- 
zano, dove rimane fin verso la fine del 1763, van 
segnalati come una delle rade i)areutesi tranquille 
della sua irrequieta esistenza. Riammesso nella 
casa paterna mercè i buoni uffici di persone amo- 



— 11 — 

revoli, quantunque la sua condotta non fosse pre- 
cisamente stata tale da volgere alla benevolenza, 
né P animo del padre, né quello della matrigna, 
il nostro giovinotto approfitta di questa specie di 
tregua nelle domestiche ire per tessere le fila di 
un dolce amore, con la segreta speranza di giun- 
gere a formarsi una sua propria famiglia. Egli 
aspirava infatti a condurre in moglie una giovi- 
netta della quale erasi perdutamente invaghito, 
e non è da escludersi che la bella e ricca fan- 
ciulla, alla quale egli aveva posto gli occhi ad- 
dosso avrebbe forse operato il miracolo di tras- 
formare il baldanzoso fidanzato in un modello 
di marito, poiché in quel suo cuore fremente e 
inquieto pur s' annidavano affetti tenaci. 

Ma, nel frattempo, in casa le cose s^ erano 
venute mutando. La calma e P accordo erano spa- 
riti e la brutalità del padre, che non gli rispar- 
loiava né percosse, né i)atimenti, e lo sprezzo della 
matrigna, che al primo rampollo Giovanni Carlo, 
nato nel 1756, aveva dato Panno seguente una 
sorella, Anna Maria, e nel 1760 un nuovo fratello, 
Luigi, e si mostrava verso di queste sue creature 
tenerissima madre, ingigantivano in lui cupi, ef- 
ferati propositi. 

Or ecco che quando, per concorde volere dei 
parenti della fidanzata, che abitava poco discosto 
e riceveva spesso le visite delP ardente innamo- 
rato, già si ventilavano i)rogetti di nozze, una 
notte, mentre questi rincasava, un col])0 d' arma 



— 12 — 
da fuoco sparatogli contro dal suo stesso padre 
lo avvertì iu modo assai brusco, che quel matri- 
monio non doveva aver luogo. Il colpo andò a 
vuoto, ma il giovane ne fu ferito nelle piii intime 
flbre, ne provò cioè uno schianto doloroso, che 
lo indusse a meditare sui casi suoi: e fu ventura 
se, vinta la prima violenta sete di vendetta, non 
si macchiò di orribile delitto, e venuto a più miti 
consigli deliberò invece di dar V addio a quel 
luogo caro, ma infido, dove ormai anche la sua 
incolumità i^ersonale era posta a grave repenta- 
glio. 

Manco a dirsi, i genitori della fanciulla non 
vollero pivi saperne di imi^arentarsi con gente di 
cotal risma, e per tagliare i ponti le allestirono 
pronte nozze, alle quali ella si decise non senza 
lacrime. 

Così il nostro Giovan Battista, che toccava 
allora i suoi vent^anni, strappato alle serene dol- 
cezze di un amore corrisposto, proprio in sul punto 
in cui pareva avviato ad una vita regolare e 
tranquilla, veniva lanciato di bel nuovo nel vor- 
tice di rinnovate avventure. La sorte ha di queste 
singolari pervicacie contro le quali è vana ogni 
riluttanza; ed egli d' altra parte era per sua na- 
tura tale da sentirsi a suo agio tra i più fieri 
contrasti, come V alcione fra le tempeste. 

Eaggranellato adunque, a fatica, un modesto 
gruzzolo, fugge da Piazzano a Genova, dove si 
imbarca per Civitavecchia, deliberato di recarsi 



— 13 — 
a Roma. A bordo stringe rapporti con un monaco 
spagnuolo, giiiocatore di professione, e accetta le 
sue proposte, riuscendo a guadagnargli duecento- 
cinquantasette i^iastre forti, nonché tutto il ba- 
gaglio. E già si tien contento d'aver ingannato 
con qualche profìtto la noia della lenta naviga- 
gazione e d' aver avuto, egli sì disgraziato in 
amore, tanta fortuna al giuoco, quando allo sbarco 
di Civitavecchia quel francescano matricolato lo 
denunzia al governatore come ladro e ottiene 
immediata restituzione di tutto. 

Giovan Battista Boetti non era però uomo da 
patire in silenzio cotanto affronto, ed ecco che 
subito architettò e compì strana vendetta. Cono- 
scendo assai bene il lato debole del suo avver- 
sario che, mentr' egli procedeva da Civitavecchia 
verso Roma, lo seguiva a piccole tappe, una sera, 
trovandosi a pernottare in una locanda nella quale 
quegli avrebbe dovuto poco dopo sostare, per- 
suase la fantesca a fargli buona cera e nel tempo 
stesso il prevosto della vicina parrocchia a spiar 
le sue mosse. Avvenne così che il monaco, che non 
era uno stinco di santo, fu sorpreso con gran suo 
disdoro in una situazione alquanto imbarazzante 
ed il timorato pievano, sopraggiunto, diede atto 
a verbale, con due testimoni, di tale suo indeco- 
roso amorazzo ancillare. Una novella boccaccesca 
in azione, adunque, ordita e attuata con pronta 
sagacia dal nostro mattacchione, che, lieto come 
una pasqua, non tardò a riprendere la strada di 
Roma. 



— u — 

Poco durò il suo sogg'ioruo nella città eterna. 
Ridottosi ben presto al verde, senza che nessuno 
di quei casi fortuiti, coi quali aveva ormai impa- 
rato a far fidanza, venisse a rimpinguargli la 
smunta borsa, gli toccò picchiar alla porta d^ un 
prelato suo parente, il quale però non seppe dargli 
altro consiglio che quello di rimpatriare, e gli 
fornì alPuopo il necessario per il ritorno. 

Il Boetti, a dir vero, da quest^ orecchio non 
ci sentiva affatto; si profuse in ringraziamenti, 
fece buon viso al denaro, non alP esortazione, e. 
della somma si valse per partire alla volta di 
Venezia ardendo dal desiderio di imbarcarsi, di 
là, per P Oriente. 

Fin da fanciullo, come si disse, egli era stato 
colpito dal fascino dei misteriosi paesi orientali, 
verso i quali, rinfocolatagli la brama da letture, 
veleggiava spesso, qual nave errabonda, la sua 
mobile fantasia. Giorno verrà in cui egli potrà 
sciogliere il suo voto : non così presto però com^ ei 
ritiene, per una profonda conversione operatasi 
d^ improvviso nel suo animo. 

Diretto, adunque, alla città della laguna, passa 
per Loreto, dove, mosso da istintiva curiosità, 
visita il celebre Santuario. 

Come varca la soglia della mistica chiesa, su- 
bito si sente invaso da una commozione infinita, 
che gli strappa le lagrime: una tenerezza strug- 
gente gli ricerca le più intime fibre, lo turba, lo 
rapisce; in preda a questa inaspettata e prepo- 



— 15 — 
tente esaltazione religiosa, fa per entrare nella 
piccola cappella di Kostra Signora e gii i)ar che 
una forza sovrumana glie ne interdica P accesso; 
ripete più volte, sempre invano, la prova, incapace 
di violare V invisibile barriera, che lo arresta. 
Sotto V incubo di questa arcana ripulsa, accesa 
la mente di fervore, sconvolto P animo da mille 
repentine paure, si ritrae in un angolo della 
chiesa, e tra il fluttuar dei pensieri discordi ri- 
flette a lungo sui casi suoi. La visione del suo 
passato incomposto, macchiato di colpe, gii sve- 
glia in petto non mai provati rimorsi ; una divina 
voce lo incuora, lo attrae a sé, gli suona dentro 
confortevole, gli impone di ritrarsi dal mondo. 
E allora P uomo dalla indomita natura, che ve- 
demmo divorato da sete ardente di libertà, si fa 
umile, pio, devoto, ascolta trepido le parole di 
fede, che lo spirito suo in quella solitudine so- 
lenne della sua coscienza gii detta, e persuaso di 
sentirsi chiamato da Dio a vita di rinuncia, forma 
d'un tratto il disegno di darsi a rigida penitenza 
per poter quindi esser ammesso in un convento. 
Rimane in preghiera a Loreto quattro interi giorni, 
I)oi, ormai deliberato di abbracciare lo stato mo- 
nastico, parte per Ravenna confidando, mercè la 
protezione di un suo conoscente, il conte Sordi, 
segretario del cardinal Crivelli, di venir accolto 
in un qualsiasi ordine fratesco. 

Però il tragitto doveva costargli una nuova e 
acerba disavventura. Strada facendo, ben riparato 



— li) — 

dalle intemperie sovra una carrozzella, che pro- 
cedeva alla meglio sotto una pioggia torrenziale, 
incontrò due sconosciuti, un uomo ed una giovane 
donna, che viaggiavano a piedi; mosso a comims- 
sione di quei due tapini, fece loro posto presso 
di sé, contento in cuor suo di compiere un^ opera 
buona. Ma volle la perfida sorte che i suoi com- 
pagni raccolti per via fossero gente di mala vita, 
cosicché, come la carrozzella pervenne alle porte di 
Pesaro, i soldati li arrestarono e per di più con- 
dussero in carcere, senza intender ragioni, anche 
il loro malcapitato benefattore. Gli toccò così 
subire ventotto giorni di carcere preventivo prima 
di poter essere interrogato dal governatore; e fu 
ventura che questi fosse un monf errino, monsignor 
Radicati di Brozolo, il quale bonariamente i)restò 
fede alle discolpe del suo conterraneo, gli fece 
dare le dovute soddisfazioni da i^arte del bargello 
per Terrore di cui era rimasto vittima innocente, 
e nel tempo stesso gli consigliò di allontanarsi 
alla lesta da Pesaro e di procurare di evitar di 
incappare nella sbirraglia, che glie P aveva giu- 
rata per le frustate ricevute per cagion sua. 

Come Dio volle, il nostro convertito, che aveva 
avuto agio durante i giorni della sofferta prigionia 
di scrutare la propria coscienza e di rinsaldarsi 
nella presa decisione di rendersi religioso, arrivò 
a Ravenna dove, compiute le pratiche opportune, 
con P autorevole appoggio del conte Sordi, solle- 
citato il necessario consenso paterno, vestì la 



— 17 — 
tonaca, entrando per mediazione del detto signor 
conte, in qualità di novizio, nel convento dei Do- 
menicani, il 25 luglio 1763. 

Gravi gli riuscirono le privazioni e le asprezze 
delP anno di prova. Mortificato lo spirito, non 
gli tornava tuttavia facile fiaccar i moti della sua 
indole impulsiva e piìi volte si trovò sul punto 
di buttar la tonaca alle ortiche. La vita mono- 
tona del convento gli dava febbri ed ardori, pro- 
strazioni e tedi inenarrabili, e fu vera vittoria 
della sua volontà tenacissima P aver egli portato 
a termine quel suo noviziato; fatta quindi pro- 
fession di fede, pronunciati i voti, ossequente agli 
ordini ricevuti, entrò in un convento a Ferrara, 
e prese a dedicarsi con lena alla filosofìa e alla 
teologia. 

Trascorre così un intero quinquennio, mostran- 
dosi ben presto piti istruito, nel concetto almeno 
de^ suoi confratelli, degli stessi suoi professori : 
dopo sì lungo distacco gli si consente di far una 
visita alle sue tre sorelle, religiose a Casale. In 
tale occasione risale, con animo gonfio di- com- 
mozione, il suo colle e si rasserena alla vista dei 
luogM della sua infanzia; ma non tarda guari a 
dar le spalle a Piazzano, col cuor triste per le 
beffe de' suoi stolidi i)arenti, che stimano cosa 
degna di grandi risa V essersi il diavolo fatto ere- 
mita. Restituitosi alla sua cella ferrarese, sep- 
pellisce in fondo alP animo le proprie amarezze 
domestiche e si volge operoso alla nuova sua vita, 



— 18 — 
beu deciso ormai a raggiungere la tanto vagheg- 
giata sua meta, V Oriente. 

Colà egli vorrebbe esser comandato a predi- 
car P Evangelo, colà si ripromette sublimi trionfi: 
tutto i)ervaso da ascetismo sereno, per ottenere 
il suo scopo, si piega con inflessibile fermezza 
sui libri, e, spintovi pure da certe sue mal celate 
tendenze istrioniche, che — natiiram expellas 
fnrca,,.. — di tratto in tratto si palesano in lui, 
vuole e riesce, com'egli stesso confessa nel suo 
giornale intimo, a far il Santo; sa cioè mostrarsi 
zelantissimo osservatore della regola, e si guada- 
gna la benevolenza, il rispetto ammirato e de- 
voto di tutti. 

I suoi superiori, avvistisi (F aver a che fare 
con un frate di stoffa non comune lo destinano 
missionario a Mossul, città sorta presso le ruine 
della famosissima Mnive antica. 

IS^on è a dirsi, quindi, con quale ischietta 
gioia egli accoglie, nel 1769, tale incarico. Si ripro- 
mette di trasformarsi in milite di Cristo e subito 
si dispone a partire per la Mesopotamia. Ormai il 
suo sogno si compie: già gli par che alle sue 
ardenti parole le turbe si convertano, i neofiti 
cingano il cilicio, si coprano il capo di cenere- 
Staccatosi adunque dai buoni confratelli fer- 
raresi, si reca sollecitamente a Venezia, dove al- 
loggia in San Domenico di Castello, in attesa per 
piti di quindici giorni d'una nave, che lo trasporti 
al di là dei mari: questo forzato indugio spende 



— 19 — 
in fervide preghiere, implorando dal cielo la co- 
stanza e V energia necessaria perchè il suo apo- 
stolato abbia ad apportare copiosi frutti. 

Egli si sente invaso da una pietà infinita, vor- 
rebbe adoprarsi a prò del suo prossimo, cerca con 
trasporto le occasioni propizie per attuare i mi- 
rabili precetti evangelici dei quali ha piena la 
mente, anela ad espandere il suo spirito fervente 
in opere di cristiana carità.... Un bel giorno, men- 
tre transitava per un vicoletto, scorse sulP uscio 
d^ una triste casa un flore di fanciulla; tòcco da 
repentina commiserazione alla vista di quella crea- 
tura del buon Dio cotanto depravata, senza riflet- 
tervi su, s^ adoprò subito per tentar con lei il suo 
primo atto di conversione. I suoi sforzi, a dir vero, 
furono assai male ricompensati. A quella guisa 
che la soverchia cortesia usata a gente ignota gli 
era costato a Pesaro poco men che un mese di car- 
cere, così quivi, catechizzando la bella sgualdrina, 
si trovò di nuovo nelle panie e riuscì a stento a li- 
berarsene, imparando a^ suoi danni che nel mondo 
non sempre bastano le oneste intenzioni per con- 
durre a termine imprese sì perigliose. Egli, infatti, 
le aveva tenuto un gran discorso colP onesto fine 
di aprirle gli occhi, di mostrarle la voragine, che 
si scavava davanti con la sua vita disonesta; 
aveva esperito ogni mezzo per ritrarla sul « sen- 
tiero della virtti »; aveva trovato le parole più 
penetranti e più persuasive per richiamarla a gen- 
tilezza di pensieri, a nobiltà di sentire; aveva 



— 20 — 

trepidato di cordiale esultanza allorché colei, con- 
fusa, commossa, balbettando fra i singulti frasi 
sconnesse, s^ era data a versar lacrime cocenti; 
né aveva i)unto esitato a varcar quella soglia e 
a penetrare nella sua squallida stanzuccia, allor- 
ché essa, piano piano, s^ era ritirata nelP interno, 
e se ne stava accanto al gramo lettuccio immondo, 
come donna ròsa dal rimorso.... Ma quando poi, 
mentr' egli si infervorava sempre più nella de- 
scrizione delle celestiali beatitudini i^aradisiache 
e delle rosse fiamme divoratrici delP Inferno, la 
bella penitente non pentita si fu accorta che la 
sua finzione non le fruttava quelP epilogo che 
ella, scaltra, se n^ attendeva, e proruppe, sguaiata, 
in una risata fragorosa, beffandosi di lui e de' suoi 
catechismi, il nostro moralista perdette i lumi, le 
si avventò contro e violentemente la percosse. 
Colei, allora, si diede a strillare; accorse una guar- 
dia alla quale essa, con esperta improntitudine, 
snocciolò una filastrocca di fandonie, dicendosi 
defraudata della dovutale mercede; e poiché il 
nostro troppo zelante missionario, tradotto la sera 
stessa davanti ad un segretario di stato, non potè, 
con le proprie proteste, distruggere le apparenze 
del fatto, che congiuravano tutte contro di lui, 
dovette subire fìerissime rampogne e promettere 
di non i)erseverare nella conversione delle gio- 
vani peccatrici veneziane e di attendere per de- 
dicarsi alle pratiche della sua missione il giorno 
in cui fosse j)ervenuto alla lontana località orien- 
tale, alla quale era stato destinato. 



— 21 — 

Giunto finalmente il dì delF imbarco, al nostro 
frate non par vero di jìoter proseguire il suo 
viaggio ; fatto vela per Cipro, quivi in sul princi- 
pio del 1770 soggiorna due mesi, dedicandosi con 
grande profitto allo studio del greco, che di poi 
perverrà a i3arlare e a scrivere correntemente, indi 
procede alla volta di Aleppo. 

Molte peripezie lo attendono lungo il cammino: 
degno di ricordo è ad esempio il tiro birbone 
giuocatogli in tal tragitto da alcuni marinai greci. 

Imbarcatosi con essi a Lamica su d^ un bat- 
tello, che aveva dovuto noleggiare a proprie spese 
essendogli mancata V occasione di navi in tran- 
sito, si diresse a Latakia, ma costeggiata V isola 
di Cipro fino a Capo S. Andrea, quivi fu co- 
stretto da un violento uragano a prender terra 
con P equipaggio e a trovar rifugio in una ca- 
panna di pastori. Come venne la notte tutti si 
addormentarono, ma una dolorosa sorpresa toccò 
alP alba al nostro pellegrino non appena si fu 
desto: marinai e battello eran spariti ed egli, 
solo, abbandonato, non ebbe miglior partito che 
ritornare sui suoi passi fino a Lamica, donde, 
per V intervento del console di Francia, gli riuscì 
di salpare nuovamente alla volta della Turchia. 

Altro brutto caso gli occorse, a Latakia, alla 
dogana turca. 11 preposto, uomo di nefandi co- 
stumi, vedutolo sì giovane ed aitante sMnvaghì 
di lui e delle sue sdegnose ripulse prestamente 
si vendicò accusandolo al cospetto del Kadì di 



iiver bestemmiato il santo uome di Maometto 

Egli dovette al buon senso del Nakib capo delle 
Teste Verdi la propria liberazione. 

Dopo ciò, rimessosi in marcia, domata per via 
unMmiDrovvisa sommossa dei giannizzeri, che fa- 
cevan parte della carovana, perviene finalmente 
in Aleppo, s' alloga in un convento di France- 
scani, ed ivi attende per ben cinque mesi il pas- 
saggio di qualche carovana diretta a Mossul. 
Durante questa lunga sosta, festeggiato da prima 
con lieta accoglienza da^suoi confratelli, si dà 
allo studio della lingua araba, che apprende co}i 
facilità, indi inizia con entusiasmo, in arabo, le 
sue predicazioni nella Chiesa dei Latini. Sì dif- 
fonde allora in Aleppo la voce che un frate fo- 
restiero j)arla dal pulpito con facondia; tutti 
vogliono udirlo; si propaga nelP uditorio la fiamma 
fascinatrice, che accende le sue parole, e quanti 
sono in città, che professano il cristianesimo di 
rito orientale, accorrono in folla reverenti ad 
ascoltare Foratore domenicano. 

Senonchè il popolo di Aleppo presso il quale 
i Domenicani godono di una speciale ])redilezione 
gli dimostrò tanta simi)atia che i Francescani se 
ne ingelosirono, e presero a desiderarne la par- 
tenza. D^ altro canto i)erò, mentre ad essi comin- 
ciava a parer i)oco addicevole alla dignità delia 
loro Casa che V eloquente predicatore straniero, 
con frase imaginosa, con le attrattive della sua 
prestanza fisica, con la corretta delicatezza dei 



— 23 - 
suoi modi, conquidesse gli animi degli ascol- 
tatori e — quel che più monta — delle ascolta- 
trici, al Boetti tornava assai gradita e quella pia- 
cevole dimora e la pronta e crescente sua repu- 
tazione. ISTon andò molto tuttavia che egli, in se- 
guito a certa avventura toccatagli con una nobi- 
lissima donna greco-cattolica dimorante in Aleppo, 
colmato di doni da costei, si decise ad unirsi ad 
una carovana, che, dopo due giorni di cammino, 
fece tappa a Beregik, piccola località sulP Eu- 
frate. 

Prima di abbandonare Alei)po egli aveva avuto 
cura di uniformarsi alle usanze del paese, vestendo 
abiti levantini ; ciò non ostante P arrivo a Beregik 
dVuna carovana, delia quale faceva parte un eu- 
ropeo, menò gran rumore in i^aese, tanto che il 
governatore volle il nostro frate al letto d' una 
sua figlia ammalata. 

Il Boetti, che ben sapeva come nel concetto 
di quelle popolazioni europeo sia sinonimo di 
medico, stimò prudente di non rifiutarsi di jjre- 
star P opera sua; si rammentò in buon punto d^ es- 
ser stato un giorno, benché di contraggenio, stu- 
dente in medicina, e visitata con sussiego P in- 
ferma, le prescrisse alcune droghe, che le reca- 
rono molto giovamento. Soddisfatto poi nel veder 
la giovinetta affidata alle sue cure avviarsi a 
guarigione, già si disponeva a rimettersi in 
cammino con la carovana ormai in assetto di 
viaggio, quand^ ecco che il padre di lei non glie 



— 24 — 
lo permise: gli forni splendido alberg'o, gli si 
mostrò largo d* ogni cortesia, e nel giro di poche 
settimane, essendo la figlia del tutto risanata, gli 
dichiarò senz' altro che volentieri glie V avrebbe 
data in isposa purché egli si fosse fatto maomet- 
tano. 

Il Boetti, da buon seguace di Esculapio, aveva 
curato come meglio gli era stato possibile il corpo 
della giovinetta, ma non sapeva affatto capaci- 
tarsi d' averle piagato P animo, ed oppose, in sulle 
]»rime, alle proposte nozze un reciso rifiuto. Quando 
poi si vide imprigionato, denunziato al Kadì da 
taluni, che giuravano aver egli pubblicamente af- 
ferma todi volersi convertire alla religione mao- 
mettana mentre ora se ne ritraeva, ritenne oppor- 
tuno acconciarsi alle circostanze e fingersi pronto 
a compiere i voleri del governatore. 

In cuor suo meditava però un ardito salva- 
taggio poiché se prima erasi adattato a farla da 
medico per forza, punto non intendeva poi di spin- 
gere la sua abnegazione fino a diventar marito 
né per forza né per amore e non vedeva Fora di 
saldar questa partita. Liberato dopo nove giorni 
di prigionia, rimane ancor qualche tempo in città 
curando gli infermi, che si pigiano alla sua porta 
con cieca fiducia, finché colto il destro, un bel dì, 
salta in groppa ad un superbo cavallo arabo, 
sotto pretesto di far una passeggiata, e si lancia a 
precipitosa fuga: atto questo audacissimo se si 
pensa che egli s^ avventura così tutto solo senza 



— 25 — 
risorse e senza un itinerario, in un paese inospi- 
tale e pressoché ignoto, spronato dal desiderio di 
evitare gii ormai inevitabili lacci coniugali. 

Ad Antab, dove, come prudenza consiglia, vende 
cavallo e bardature, eh' eran ricche e di pregio, si 
nasconde con tanta scaltrezza che, col sussidio 
della lingua araba, ch'egli possiede ormai alla 
I^erfezione, non è mai scoperto. I^on tarda, poco 
dopo, a presentarglisi V opportunità di partire 
I)er Orfa, ed ecco come vi riesce. In poveri panni, 
camuffato da armeno indigeno, trattandosi di 
riporre piede nella città, donde alcuni giorni 
prima era fuggito, prende servizio presso un mu- 
lattiere che fa quel tragitto, e ripassa, mercè 
P abile travestimento, per Beregik senza destar 
sospetto veruno. Giunge in tal modo ad Orfa in 
un momento alquanto torbido per lo scoppio d^ una 
insurrezione di giannizzeri che rende pericoloso 
il soggiorno in città, e si trattiene per due setti- 
mane nei dintorni, a Garmusa, paese natio di quel 
mulattiere col quale, come or ora dicemmo, s'era 
accompagnato nel suo cammino. 

Questo piccolo villaggio diviene allora teatro 
di altra sua bizzarra avventura. Un meriggio, di 
canicola grave e snervante, il nostro frate vuol 
cercar refrigerio nelle fresche acque d'un rio, 
d^una certa profondità, che lambe i giardini di Gar- 
musa. Orbene, non avendo scorto nella campagna 
anima viva, si spoglia, scende nella corrente e 
gode del suo bagno ristoratore, senza punto av- 



— 26 — 
vedersi di due giovinette, figlie del giardiniere, 
le quali gli giuocano un tiro maestro. Esse, che 
han seguito di> lontano tutta la manovra^ s^ acco- 
stano al ruscello con cautela e alla chetichella, 
frenando le risa, gli sottraggono i panni da lui 
deposti sulla riva. E già le pazzerelle s^ allonta- 
nano di là celeri e furtive, quando, ad un tratto, 
il Boetti s'accorge della beffa... Senza por tempo in 
mezzo, balza dalP acqua e nudo e stillante le in- 
segue lungo le verdi sponde del giardino. Recu- 
pera così i suoi abiti, ma non isfugge alle busse 
dei parenti delle fanciulle, accorsi alle strida e 
rimasti stupiti e indignati di sorprendere questo 
ignoto satiro fluviale nelPatto di rincorrere le loro 
figliuole in quel suo adamitico costume. 

Per queste e consimili vicende, semi)re piii gli 
tarda di giungere a Mossul, e gli pare di toccar 
il ciel col dito quando gli riesce di volgere le 
spalle a Garmusa aggregandosi ad una ventina di 
cavalieri diretti a Merdin, dove, avendo attraver- 
sato in cinque giorni il deserto, è per breV ora 
ospite bene accetto dei Carmelitani Scalzi, che 
ivi tenevano una missione. 

Fornito da questi buoni confratelli d'un po' di 
denaro, che gli Arabi cleptomani tosto s' affret- 
tano a rubargli, dopo altre sette giornate di cam- 
mino perviene a Mossul sul Tigri, mèta ultima 
del suo lungo peregrinare. 



Ed ecco, filialmente, il Boetti iniziare la tanto 
agognata sua opera religiosa e umanitaria. 

Reggeva la Casa delle Missioni di Mossnl, il 
padre Lanza, vecchio domenicano austero, il quale 
accolse il Boetti con ruvida semplicità e prese a 
tenerlo in conto di novizio. E poicbè al nostro 
frate garbava assai poco tal trattamento, ne nac- 
quero frequenti dissidi. 

Dal canto suo il Lanza, eh' era ormai sul punto 
di partirsene per Roma, s'adoperava invece sin- 
ceramente con ogni mezzo, per dar la pratica al 
Boetti, che doveva succedergli, affinchè fosse al 
corrente della situazione; ma non riuscì mai a 
farlo persuaso del suo onesto intendimento. Il 
nostro permaloso missionario non lo vedeva di 
buon occhio, e quando quegli se ne fu andato, ed 
ei si trovò preposto alla Casa delle Missioni con 
annessi vantaggi e oneri, si lagnò di lui, accu- 
sandolo di aver sottratto il fondo di cassa di 
proprietà della Casa stessa. Per amor del vero 
fa d' uopo soggiungere, sulla fede del nostro con- 
sueto informatore, che il padre Lanza godette 
sempre d' una bella reputazione, e al suo arrivo 
a Roma ebbe cariche onorifiche; a Mossili poi 
egli aveva lasciato il Boetti a capo d'una Casa 
ben provveduta di sostanze e bene ordinata. 

Pervenuto a quel posto a cui da tanto tempo 
aspirava, guadagnatasi in poco tempo la fiducia 
del Pascià, che lo nominò suo medico, padre Boetti 
s'accinse con vero slancio alla sua benefica mis- 
sione. 



— 28 — 

Ma il beffardo destino, che par che spii le sue 
mosse e che gli consenta qualche buon successo 
per tosto sconvolgere i suoi piani, non gli dà 
tregua: dopo sette mesi di calma gli appresta 
nuove tribolazioni. 

Un turco, colpito da insanabile infermità, ot- 
tiene d^ esser curato dal nostro missionario, che 
fa del suo meglio per guarirlo: malauguratamente 
proprio nelP atto in cui il Boetti gli somministra 
un elixir, quegli reclina la testa e muore. La 
figlia del turco, presente alla catastrofe, terroriz- 
zata, getta acute grida e fugge invocando soccorso. 
La Casa delle Missioni si riempie ad un tratto 
d' una folla tumultuante e minacciosa, che accusa 
senz'altro il disgraziato medico di veneficio. Pa- 
dre Boetti allora si schermisce invano, e assalito 
a furia di popolo, non ha modo di addurre valide 
scuse; la sua colpa agli occhi di que' fanatici 
appare manifesta, provata; tradotto^ in carcere 
gli si condona, avuto riguardo al decoro delP Or- 
dine, a cui appartiene, una i^unizione più grave, 
limitandogli la pena a cinquanta colpi di bastone 
sulla pianta de' piedi. Gli si dà quindi lo sfratto 
senza concedergli il tempo di metter insieme le 
cose più necessarie: la sua casa è abbandonata 
al saccheggio di quei forsennati. 

Al Boetti non si presenta, in cotal frangente, 
altro più sicuro rifugio che quello di Amadia nel 
Kurdistan. Ivi, infatti, egli ottiene ricetto da 
parte d'un altro missionario del suo medesimo 



— 29 — 
ordine, il padre Garzoni, col quale però non potrà 
intendersela cordialmente, a causa d7 una riva- 
lità occulta, nata quando il Boetti era stato a lui 
preferito dal Lanza per la reggenza della missione 
di Mossul. I segreti rancori non tardano a farsi 
palesi; scorsi appena tre mesi il nostro profugo 
già si trova a disagio colà ed è costretto ad ac- 
cogliere provvisoriamente, in Amadia, le benevoli 
profferte del principe di Zaku, che gli offre un 
tetto e gli affida la Chiesa dei Kestoriani, affinchè 
se ne valga a vantaggio dei cattolici del paese. 
Ma i cattolici posti sotto la sua tutela non paiono 
a lui in numero sufficente perchè egli abbia a restar 
ivi con essi, né, d^ altra parte, V irrequietezza, che 
ha nel sangue, gli permette di far più lunga di- 
mora; chiama allora un prete cattolico da Mossuì, 
gli cede la Chiesa avuta dal principe, e preso 
congedo da questo suo protettore, lascia il paese, 
cupido di nuove imprese, assillato da certi suoi 
ambiziosi disegni. 

Parte dunque alla volta della Persia dove spera 
di rintracciare altri missionarii domenicani, ma 
percorsa quella regione senz^ averne trovato alcuno, 
egli si restituisce a malincuore a Zaku, dove è 
raggiunto finalmente da un firmano della Porta, 
da tempo da lui sollecitato a Costantinopoli pel 
tramite di Poma, col quale conta di poter rien- 
trare senz'intoppi a Mossul, come s'era fitto in 
capo fin dalP istante in cui ne fu allontanato. 

Eccolo quindi, di nuovo, sulla via di Mossul, 



— 30 — 
soddisfatto di i^oterla spuntare e di aver modo 
di rij)or piede in qiie^ luoghi in barba ai contrari 
voleri del Pascià del sito. Senonchè questi, che 
non glie P aveva ancora perdonata, per rintuzzar- 
gli r orgoglio, manda ad incontrarlo una schiera 
di ben sessanta cavalieri con l'ordine perentorio 
di impedire il di lui ritorno. Costoro, infatti, 
com'egli tocca Telkef, essendo ormai a tre sole 
leghe di cammino dalla città, lo assalgono prodi- 
toriamente, si gettano sulla sua scorta e in un 
batter d'occhio la sgominano, lasciando il nostro 
missionario, che pure si difende con ardore, sul 
terreno crivellato di ferite. 

Kaccolto dalla pietà di alcuni viandanti, che 
lo soccorrono e lo portano a Pios, villaggio ap- 
partenente al bey d'Amadia, egli tiene per tre 
mesi il letto e può di poi ridursi nuovamente ad 
Amadia, deciso di restarvi a Jungo. Un caso for- 
tunato invece gli permette di riprender stanza 
in Mossui. Procacciatasi l'amicizia di un confi- 
dente di quel terribile Pascià, ottiene per inter- 
cessione sua quanto non gli sarebbe stato possi- 
bile altrimenti e, deposta la propria attitudine 
spavalda, rientra in città, accolto dallo stesso Pa- 
scià placato, che gli dona, in segno dell' avvenuta 
riconciliazione, una ricca e superba pelliccia. 

Ripristinato così nella sua carica, il Boetti 
subito tenta con alacri cure di far risorgere la 
Casa delie Missioni, e s' adopra con ogni suo studio 
per renderla prospera. Con molto tatto riesce dap- 



— 31 — 
prima a destreg-giarsi in mezzo a quel mondo 
difficile e malfido: ma con P andar del tempo il 
suo contegno dispotico e la sua rigida intolleranza 
in materia religiosa gli valsero angherie e accuse 
in Mossul e noie da JRoma, dove P opera sua veniva 
poco benevolmente commentata, temendosi che 
potesse originare torbidi e dissensioni. 

A queste cause, che contribuivano a rendergli 
disagiata la condizione sua di missionario, s' ag- 
giunse poco dopo una lotta sorda, ma tenace, 
mossagli celatamente dai patriarchi orientali di 
rito cattolico, che si sarebbero volentieri sbaraz- 
zati di lui. Bastò, infatti, V episodio seguente a 
far colma la misura. 

Il patriarca nestoriano di Mossul aveva in- 
viato un suo nipote, suo designato successore, a 
Bagdad, perchè facesse la propria professione di 
fede cattolica nelle mani del vescovo, monsignor 
Baillet, console di Francia e medico del Pascià 
del sito. Orbene, corie il neofita fu tornato a 
Mossul, il Boetti trovò a ridire sul modo con cui 
tale professione di fede era stata fatta, sostenendo 
che non era avvenuta nelle debite forme e di- 
chiarandola quindi non valida. Così egli la ruppe 
apertamente col vescovo di Bagdad e dal piccolo 
dissenso nacque una discordia grande. Molti si 
diedero ad osteggiare il nostro missionario, accu- 
sandolo di zelo eccessivo: scoppiarono dissidi di 
varia natura, fomentati anche da quel padre Gar- 
zoni, missionario domenicano, ora in Mossul ospite 



— 32 — 
dei iiestoriani, che, come si disse, aveva accolto 
il Boetti in Aniadia e già s' era rivelato suo 
antagonista per la successione a Mossul. A poco 
a poco la permanenza gli fa resa intollerabile e 
poiché egli si mostrava fermo e risoluto, si ri<'orse 
alla calunnia, denunziandolo con lettere presso 
la Santa Sede, come colpevole di relazioni illecite 
con « la fìlle ainée du premier seigneur de Mossul 
de la nation nestorienne catholique ». 

Le cose, a quanto i)are almeno, stavano invece 
in modo ben diverso. Avvistasi costei di trovarsi 
in istato non affatto conforme ai candor verginale 
d^una donzella, aveva approfittato della benevo- 
lenza, che padre Boetti, che godeva fama di medico, 
le addimostrava, per richiedergli il mezzo di libe- 
rarsi dal frutto de' suoi colpevoli amori, e poiché 
questi aveva opposto, a 10 e a' di lei parenti, 
che ciò pure invocavano, un categorico rifiuto, 
venne diffusa con sottil i^erfidia la voce che al 
Boetti medesimo era da imputarsi Ponta di aver 
abusato delP inesperienza d'una fanciulla. Il Pa- 
scià, sollecitamente informato, ordinò P espulsione 
<ìel missionario ritenuto troppo galante; il padre 
Garzoni si affrettò a far rapporto della cosa a 
Boma, ed al nostro disgraziato Boetti trovatosi 
involontariamente coinvolto in un romanzo d' a- 
more, non restò altro rimedio che quello di re- 
carsi a Roma a discolparsi delle invereconde ac- 
cuse. 

Ed eccolo per la Mesopotamia e per la Siria 



— 33 — 

in viaggio verso Aiessandretta, e^ con naviglio 
francese, a Marsiglia. Prima di proseguire si fa 
di qui precedere da lettere con le quali domanda 
licenza di presentarsi alla Congregazione De Pro- 
paganda Fide, dicendosi pronto a render conto 
minuto della gestione degli affari della Missione 
di Mossul nonché della propria privata condotta. 

In attesa della risposta, finisce la « quaran- 
tena », visita la Provenza, e stizzito perchè da 
Eoma nulla gli ijerviene, riscrive al cardinal 
Castelli, capo della detta Congregazione, annun- 
ziandogli senz'altro ch'egli riprende il suo cam- 
mino per Roma, seguendo l'itinerario Livorno - 
Firenze. 

In quest' ultima città finalmente gli è dato di 
leggere quanto s' è deciso di lui : e cioè eh' egli 
sospenda senz' altro il suo viaggio e faccia ritorno 
al suo convento. 

Padre Boetti se 1' ha per male. Conosce qua! 
sorta di accoglienze sono riservate ai frati pre- 
sunti colpevoli, essendo allora in uso nelle con- 
fraternite gravi pene disciplinari, né a queste 
intende di sottomettersi; sollecita di bei nuovo, 
ma sempre inutilmente da Roma il permesso di 
potersi difendere, e quando apprende che la Santa 
Congregazione non vuol ingerirsi di siffatte que- 
stioni, ripara alla natia Piazzano, dove gli è con- 
cesso di trascorrere l'inverno, esposto alla curio- 
sità indiscreta, talvolta alle risa dei comi^aesani 
per la sua lunga barba levantina. 



— 34 — 

Quotidiane, insistenti domande egli continua 
nel frattempo a far pervenire a Eoma, picchiando 
sempre sullo stesso chiodo. Egli è convinto che 
spetti i)recisamente alla Congregazione di dirimere 
le controversie sorte nei luoghi delle Missioni, 
ed è persuaso che se i suoi desideri non vengono 
accolti ciò sia da ascriversi alle mene del padre 
Lanza, insediato a Roma, i^otente e dispotico. 

Allorché poi comprese che le vie legali gii 
erano negate, non si peritò di farsi ribelle; decise 
di non attendere più oltre e di tornarsene di bel 
nuovo in Oriente, per conto proprio, affidandosi 
ciecamente alla sorte. Questo comunicò senza reti- 
cenze a Roma, e, preso il mare a Genova, sbarcò 
ad Alessandretta. 

Ad Aleppo pro^^a le prime avvisaglie delle 
acerrime ostilità, che gli si pareranno in seguito 
dinanzi: è riguardato come un apostata, fuggito 
da tutti come colpito da scomunica. Non per 
questo egli si perde d^ animo; coglie P occasione 
del i^assaggio da Aleppo della carovana del Pa- 
scià di Tripoli, diretta ad Orfa, oftre i proprii 
servigi di medico e, accolto, ad essa si aggrega. 
Cam min facendo trova modo di stringere rapporti 
col fratello del Pascià, Manhed Bey, il quale, 
giunti alla meta, gii fa assegnare le chiese di 
Orfa. 

Da principio le cose procedono liscie. Il Boetti, 
lieto della sua nuova fortuna, si comporta da 
vero missionario e gusta un po' di ristoro, ma 



— 35 — 
come giungono lettere dalla implacabile Koma, 
che spiegano il contegno da lui tenuto e lo tac- 
ciano di grave insubordinazione, egli si vede re- 
ietto dai cattolici e favorito invece, anzi protetto, 
dagli scismatici, che lo vorrebbero innalzare alla 
dignità di vescovo della loro setta. 

Preso così tra P incudine ed il martello, il 
Boetti riflette sul da farsi. Cova in fondo alP a- 
nimo P antica brama di riprendere il suo posto 
a Mossul, donde per ben due volte e il destino 
e gli uomini P hanno allontanato, e colà, prima 
<li darsi ad una risoluzione definitiva, tasta, x)er 
lettera, il terreno. Ma poiché le risposte avute sono 
tali da escludere ogni possibilità d'intesa, essen- 
dogli interdétto in modo assoluto il ritorno, ed 
avendo il Pascià la mala intenzione, ove gli rie- 
sca di averlo in sua balìa, di dannarlo a morte, 
non si perde in vani indugi, si lascia consacrare 
vescovo da' suoi nuovi adepti, e s' adopra a tutto 
uomo perchè i Cattolici ed i Giacobiti, che gli 
tributano reverenza, abbiano a fondersi in un' u- 
nica comunità religiosa. 

Vescovo, adunque, dei Giacobiti di Orfa, se- 
gretario e tesoriere del Pascià, che gli accorda 
tutta la sua fiducia, tenendolo per uomo di sin- 
golare avvedutezza e di molto buon senso, il 
Boetti non si cruccia troi)po del futuro e s' ap- 
paga del bene presente: le molte e varie espe- 
rienze della vita, gli hanno insegnato a non 
stupirsi af/atto se, dopo tanta ira di cielo, ride 



— oh — 
ora sul suo capo un po' d' azzurro. Dolce di modi, 
Xironto ad accorrere al capezzale degli infermi, 
per certa abilità nel farla da medico ormai acqui- 
sita colla pratica, ed egualmente sollecito a recar 
conforti morali alle coscienze timorate, sollevan- 
dole dai dubbi col fascino d' una calda parola di 
fede, 8; poco a poco egli diviene in Orfa caro a 
tutti, diventa V arbitro d' ogni contesa, è quale 
nelle sue speranze antiche s' era foggiato, dispen- 
satore di pace. 

Ma veglia pur sempre sul suo capo la sua 
stella maligna: un rovescio di fortuna lo resti 
tuisce d^ un tratto alla consueta vita randagia. Il 
giorno cioè in cui il Pascià, suo protettore scade 
dal suo prestigio ed è d' ordine della Porta arre- 
stato e rincliiuso nel castello di Sivàs in Armenia, 
ed i suoi seguaci sono sbandati, il Boetti deve 
cercarsi un piìi sicuro asilo. 

Volge per un momento il pensiero a Mossul, 
cedendo alla lusinga degli antichi ricordi incan- 
cellabili, ma presto muta consiglio. Da Merdin, 
dove piti non trova i due confratelli carmelitani, 
che lo avevano altra volta ospitato, — li aveva 
portati via la peste, che infieriva nella Mesopo 
tamia — delibera di andar a Costantinopoli, nella 
speranza di x^oter ivi saldare la sua partita per 
intromissione delP ambasciatore di Francia e del 
vescovo latino. Ed infatti lasciata Merdin, per la 
via di Diarbekir, rientra in Aleppo, si spinge ad 
Alessandretta, e per terra, fino ad Alessandria, indi 



— 37 — 
su vascello inglese a, Costantinopoli, accoltovi fe- 
stosamente dalF ambasciatore di Francia, protet- 
tore dei missionarii, dal vescovo latino, dal Con- 
sole sardo, che sposa la causa del suo connazio- 
nale, dai suoi domenicani, da molti protettori 
insomma, i quali scrissero a Roma interponendosi 
in suo favore. 

Eoma, però, è inesorabile. Per tutta risposta 
ingiunge al Boetti di rientrare in convento; vuole 
insomma la sottomissione del fiero e riottoso mis- 
sionario. E allora questi con V animo traboccante 
di sdegno, dopo aver dimorato per ben ventotto 
mesi a Costantinopoli, e non già a Pera e a Ca- 
lata, ma in una piccola casa a Jenni-Kan, impie- 
gando utilmente il suo tempo nelP apprendimento 
della lingua turca e della j)ersiana, studio per lui 
non molto arduo per certa facoltà poliglotta, che 
era una delle caratteristiche del suo versatile 
ingegno, prende la decisione di rendersi del tutto 
indipendente da ogni autorità, e già va mulinando 
fra se disegni strani e grandiosi. 

Fa d^uopo soggiungere che durante la sua pro- 
lungata permanenza a Costantinopoli, egli aveva, 
sotto il nome di Pafflis, esercitata la medicina, 
acquistandosi con quella sua destrezza empirica, 
che teneva in lui luogo di scienza profonda, in 
breve volger di tempo numerosa clientela e larga 
nomea; ne gli era mancato pur anche la solita 
avventura erotica, che gli fruttò oggetti preziosi 
del valore di molte piastre in ricompensa del- 



— ;]8 — 
P affetto eh' egli aveva prodigato durante l'assenza 
del di lei consorte alla bella e ricca moglie d^ un 
Oapigi-pascià, vale a dire di un ciambellano della 
Porta, che s^era invagliita di lui. 

Orbene, questo nostro medico, eli e risana i 
corpi e ferisce i cuori, com^ ebbe accumulato con 
la sua arte un discreto peculio e V ebbe impin- 
guato con i donativi di quella sua amorevolissima 
cliente e con i guadagni fatti nella casa del lasgir 
Effendi, cioè del segretario del sultano Mustafà, 
ove prestò servizio in qualità di chimico, credette 
giunto il momento opportuno di dar corso a^ suoi 
progetti e, lasciata Costantinopoli, toccò Trebi- 
sonda. Quivi, entrato in rapporti col pascià Haggi- 
Hali, ha con lui segreti conciliaboli, indi sotto 
spoglie armene visita la Georgia e la Persia, os- 
servando attentamente quanto può tornargli utile. 
Trovandosi di poi a Bassora, di là, per la via del 
deserto, perviene a Damasco in Siria, dove con- 
tinua le sue indagini tecniche ed eseguisce im- 
portanti rilievi. Senonchè, sori>reso a tracciare 
sul suo taccuino il piano della città, è arrestato 
come spione russo e condotto a Costantinopoli: 
egli, allora, si dichiara armeno di Persia e ottiene 
che gli si presti fede sborsando un po^ di denaro, 
argomento questo che fu forse il ]>iri persuasivo 
di quanti ei potesse recare a propria discolpa; 
così gli fu concesso di andarsene per i fatti suoi. 

Quest' ultima contrarietà scuote V animo del 
Boetti, che si ripiega pensoso su se stesso. Si vede 



— 39 — 
circondato da pericoli, in luoghi inospitali, tor- 
mentato di continuo da insani pensieri, che lo 
spingono ai più temerari propositi. Un desiderio 
di quiete gli invade V animo, prostrato dalla stan- 
chezza di quella nomade esistenza senza pace, e 
a poco a poco gli rinascono in cuore le antiche 
aspirazioni alla tranquilla vita religiosa. Non va- 
gheggia in verità i silenzi della clausura, alla 
quale, per mala esperienza, si conosce disadatto; 
ma se P inflessibile regola gli tornerebbe gravosa, 
egli comprende quanto buon lenimento sarebbe 
invece al suo spirito travagliato il conforto d'una 
fede salda. 

Pertanto, volendo conciliare le mistiche ten- 
denze delP animo, risorto agli entusiasmi sì a lungo 
obliati, con le irruenze della propria natura as- 
setata di libertà, ferma il proposito di farsi prete 
secolare. Gli sorride P idea di presentarsi a Eoma, 
di espiare ogni sua passata colpa, di rinnovare 
i voti d' obbedienza a' suoi superiori... Questa spe 
ranza lo rianima, lo infiamma, egli lascia Costan- 
tinopoli, e, per la via di Smirne, dopo varie pe- 
regrinazioni, prende la rotta di Livorno, e sbar- 
catovi, vestito de' suoi abiti levantini, si reca a 
Roma. 

Appena pone piede nella città eterna, sente il 
bisogno di correre a prostrarsi al soglio pontifìcio; 
il suo desiderio è presto appagato. Egli è intro- 
dotto davanti al Papa, Pio VI Braschi, e già sta 
per aprirgli tutto P animo suo, già si dispone a 



— M) — 
far piena auimenda dei ju-oprii trascorsi quando 
assalito da scrupoli improvvisi, invaso dal panico 
per le punizioni certe che gli sovrastano, distolto 
da fieri disdegni tituba, si turba, tace.... Il nostro 
penitente ha mutato parere di botto, non si sco- 
pre, nulla confessa, lascia Roma, se ne va col 
cuore in tumulto, repentinamente, allontanandosi 
nella direzione di I^apoli. 

Eccolo quindi durante cinque mesi a I^apoli; 
di poi di nuovo a Roma, dove taluni suoi protet- 
tori avevano intercesso, sempre invano, una parola 
benevola per lui; in seguito a Trieste, a Vienna, 
sempre implorante da jìresso o da lontano, per 
bocca di amici, quel perdono, che il suo orgoglio 
gli aveva impedito di invocare mentre trova vasi ai 
]nedi del pontefice. A Vienna, finalmente, lo rag- 
giunge una lettera del Generale dei Domenicani, 
che però, more solito^ premesso il condono di tutti 
i suoi peccati, gli impone di rientrare in un con- 
vento del suo Ordine. 

Siamo nel 1782. La proposta, rifiutata altra 
volta con isprezzo, è invece ora accolta dal nostro 
frate senza esitazione. Subito egli si procura una 
tonaca e si presenta al sui^eriore del convento 
piti prossimo e a lui tutto si confessa. Scorso 
qualche tempo lo riassalgono le trepidazioni e le 
ansie: teme dUm tratto che i suoi confratelli si 
dispongano ad infliggergli severe punizioni per am- 
menda de^suoi vecchi falli e decide di rimpatriare, 
accarezzando ancora una volta il disegno di farsi 
prete secolare. 



— il — 

Lasciata Vienna, rientrato in Italia, anzi nel 
suo Piemonte, ed aperteglisi quivi le porte di un 
convento di Trino, i)iccola città della pianura pa- 
dana, sita a mezza strada tra Vercelli e Casale, 
e poco discosta dal suo natio borgo monferrino, 
e^li, come già ai tempi del noviziato, si mostra frate 
modello per il fervore con cui si dedica alle pra- 
tiche religiose. Durante questo periodo ha la ven- 
tura di esser presentato al ministro del re di Sar- 
degna e ottiene udienza dal re medesimo Vittorio 
Amedeo III, per il quale eseguisce incarichi di 
C|ualche rilievo, senza però ritenersene bastevol- 
mente ricompensato. Di tali autorevolissime pro- 
tezioni sa valersi per le sue perpetue richieste a 
Roma, presso la Santa Sede, perchè gii sia con- 
cessa licenza di convertirsi in prete secolare, ma 
V esito è del tutto negativo. Le risposte anzi 
sono sì poco lusinghiere, che re e ministro gli 
voltano le spalle. 

Ed egli allora, composto in forzata rassegna- 
zione lo spirito maldomo, piegato P animo ad 
aperta rinunzia d' ogni sua aspirazione, segue la 
regola monastica conducendo i suoi giorni in quel 
vasto convento che, illeggiadrito dalla contigua 
artistica chiesa di S. Domenico, sorge alF estre- 
mità di Trino verso porta Casale, lungo la vasta 
strada, che scendendo dalle grandi Alpi, iìan- 
oheggia il corso del Po, fluente ai piedi delle 
ondulate colline del Monferrato. 



— 41 



Se a questo punto si dovesse interrompere per 
mancanza di testimonianze il racconto della vita 
del padre G. B. Boetti, potrebbe forse ad alcuno 
parer compiuta, con un ritorno alle i)enombre del 
chiostro, la storia delle peregrinazioni, di cotesto 
lìgliuol prodigo della Chiesa. 

Ben altrimenti agitata sarà invece d' ora in poi 
V esistenza del nostro inquieto frate mon ferrino, e 
mentre qui hanno termine le xn-ivate vicende del 
missionario errante, s^ iniziano quelle pubbliche, 
o per dir meglio, politiche, le quali cingeranno 
il suo nome d^ una assai più larga rinomanza. 

Nel silenzio della piccola cella, egli, obliando 
il passato avventuroso, si dà alla preghiera devo- 
tamente; ma non appena sale sul pulpito, Fumile 
monaco si trasforma e nella foga del dire si ab- 
bandona alP impeto de^suoi pensieri, oltrepassando 
talvolta i limiti imposti alP eloquenza sacra. Ac- 
cadde un giorno che, predicando egli davanti ad 
un folto pubblico, fu invaso da una febbrile esal- 
tazione. Ed ecco che d^ un tratto scorda il Santo 
ed il suo panegirico e in un linguaggio iperbolico, 
con potenza fascinatrice di imagini, fa sfoggio 
delle mille e disparate cognizioni esotiche accu- 
mulate in tanti anni di viaggi in paesi strani e 
diversi, narra, acceso in volto, contorcendosi e 
dimenandosi, del lontano Oriente, evoca quegli 
incantevoli paesaggi, gli orizzonti sconfinati del 
deserto, gli infocati tramonti pieni di misteriose 



— 43 — 
attrattive, con x>arola ardente, inspirata a pro- 
fondo sensualismo. 

Gli ascoltatori più stupiti della novità del 
caso, elle non commossi dalle bizzarre divagazioni 
del frate, lo guardano interdetti; ma quando egli 
scende dal pergamo gli si fa incontro un superiore 
e severamente lo redarguisce, osservandogli che 
la sua predica sapit lia'resim, sa di eresia. 

Non V avesse mai fatto ! 

Il Boetti ancora fremente per V orazione pro- 
nunciata, perde i lumi, si getta addosso al padre 
priore'e l'avrebbe forse lasciato malconcio, se non 
si fossero interposti i fedeli sopravvenuti. Natu- 
ralmente dopo una cotale sfuriata, egli non può 
più restarsene tra quei suoi pacifici e docili con- 
fratelli, e cadutigli dUm tratto dalP animo i buoni 
propositi, volge di nuovo la mente a' suoi pro- 
getti antichi ^ . 

Vista cioè tramontare ogni speranza di con- 
senso papale, fatto invano un tentativo di acco- 
starsi ai suoi, che lo vilipesero e lo scacciarono 
dal tetto paterno, presa la risoluzione decisiva di 
affrancarsi da ogni legame di sorta, significò con 
lettera energica a Roma che, non accordandoglisi 
facoltà di sbarazzarsi della tonaca fratesca, egli 
se ne spogliava da sé e sceglieva liberamente la 
sua strada. 

Inizia così una nuova e più singolare odissea 
come nostalgico viatore che vada senza riposo 
verso un miraggio lontano, verso una vagheg- 
giata Itaca misteriosa. 



— 4:4 — 

Abbandona adunque in sui primi del 1783, dopo 
poco pili d^ un anno di residenza, Trino, e imbar- 
catosi a Nizza, tocca Alicante, in Spagna ; da Ca- 
dice veleggia per P Inghilterra, vi sosta una quin- 
dicina di giorni, indi con V intento di conoscere 
città, di visitar arsenali, di trattar cautamente 
grosse compere d^ armi, di stringere segreti ac- 
cordi, di trovare larghe aderenze, che in seguito 
gli saranno necessarie, per Amburgo, perviene a 
Pietroburgo. Di qui con un^ ostinazione, che può 
parer strana in un uomo sì poco uso alle umili 
preghiere, travagliato in cuore dalle ultime rilut- 
tanze, prima di tagliar dietro le i)roprie spalle 
tutti i ponti, rinnova ancor una volta le sue sup- 
pliche a Roma, lancia da quelP estrema terra un 
ultimo disperato appello, che risuona senz' echi e 
si spegne.... Dopo quattro mesi di vana attesa egli 
si ritrova piìi saldo che mai ne^ suoi convinci- 
menti, senza rimorsi, come chi ha esperimentate 
tutte le prove, che era in poter suo di tentare. 

In Russia però non trova nel 1784 valido ap- 
poggio. Il principe di Potemkin non gli si mostra 
troppo pronto a favorirlo ed egli prosegue il suo 
giro di occulte perlustrazioni. Tocca Mosca, tra- 
versa i governi di Kasan e Astracan, rientra in 
Persia, la percorre e per la Georgia e la Crimea 
rivede Costantinopoli, donde si porta in Polonia 
e da ultimo dopo molte perplessità si ristabilisce 
a Costantinopoli. 

Questa è pur sempre la città che lo affascina 



— 45 — 
e dalla quale, come falena cke volteggia intorno al 
lume, egli fatalmente si sente adescato. Abita, 
intanto, a Scutari presso un ricco negoziante i^er- 
siano, raramente s'indugia nei sobborghi di Pera 
è di Galata, né mai si mostra in pubblico senza 
assumere atteggiamento di i)ersona pensosa e j)reoc- 
cupata. 

Doi30 una scomx^arsa improvvisa ed una pro- 
lungata assenza di sei mesi, riappare, guardato 
da tutti come un redivivo. Di lui si sussurrano 
notizie fantastiche e fra P altro corre voce che 
abbia speso una forte somma nell- acquisto di 
munizioni e di armi, accumulate alla chetichella, 
per il Mar I^ero, a Sinope. 

Un bel giorno del gennaio del 17S5 si allon- 
tana da Oostantinoj)oli con una carovana diretta 
ad Erzerum, capitale delP Armenia, seguito da 
tre europei attratti a sé con denaro, avendo pure 
a compagno il ricco negoziante persiano, già suo 
ospite ^ Pervenuti ad Erzerum, il Jiegoziante 
parte per Bagdad, i tre europei seguono ad una 
certa distanza il Boetti, il quale riposto piede in 
Persia la percorre in lungo e in largo, e indi fìssa 
sua stanza in Amadia nel Kurdistan, ove, appi- 
gionata una casa, si tappa dentro, né vi esce per 
lo spazio di ben novantasei giorni. 

Ma dietro a quale fulgida Morgana corre que- 
sta uomo taciturno, che insegue la fuggevole for- 
tuna con costanza sì tenace come se fosse in lui 
assoluta la fede di doverla o presto o poi rag- 
giungere ? 



— 40 — 

I suoi atti ci svelano V esistenza nel suo spi- 
rito cV una crisi nata dal contrasto tra le sue aspi- 
razioni religiose e un' insaziata, petulante smania 
di predominio: orbene, le vicende della sua no- 
made vita paiono create apposta per acuire, nonché 
risolvere, cotesto suo tormentoso travaglio inte- 
riore. 

Durante la sua volontaria clausura, il suo pro- 
posito si concreta, i suoi disegni fluttuanti si fis- 
sano, ed il missionario reietto, il penitente, clie 
Eoma respinge, delibera di proclamarsi Profeta 
inviato dal Cielo a riformare gli abusi introdotti 
nelP osservanza della religione mussulmana. 

Inaudita e fantastica intrapresa questa e tale 
da parer pur anche ridicola e ingenua a chi sia 
poco esperto della suggestione che possono eser- 
citare sovra certe popolazioni facili ad esaltarsi le 
accese predicazioni religiose. Ardita sì, ma attua- 
bile la ritiene invece il frate sagace e piiì se ne 
persuade quando riesce con molta accortezza a ta- 
stare gli animi. Sa delle lingue orientali quanto 
basta al suo bisogno, conosce a meraviglia luoghi, 
costumi, tendenze di quei popoli, è fornito di lar- 
ghe relazioni personali e vede spianarglisi dinanzi 
la strada, che s'appresta audacemente a percor- 
rere sicuro della sua mèta. 

Spirato, pertanto, questo primo periodo di 
pensose meditazioni, il Boetti esce per le vie di 
Amadia mostrandosi franco, ilare, sereno. A detta 
di un suo biografo « egli si fa. radere i capelli e 



— 47 — 
lascia 1111 cocuzzolo sui capo, ove lo prenderà Mao- 
ìuetto quando vorrà trasportarlo in cielo. Mette 
sul capo un turbante verde, che è segnale esser 
egli parente dei gran Profeta. Indossa un gella- 
Meh di lana bianca, con due servai amplissimi, 
chiusi al fianco con un cordone, chiamato diMeh; 
mette ai piedi due merhàb^ ossia scarpe gialle»^. 
Usa da prima moderazione di atti e di parole : una 
calma solenne è dipinta sul suo volto, una ]3ace 
ieratica è nei suoi discorsi vibranti sempre d' una 
solenne intonazione profetica. Egli ragiona di 
continuo delle cose celesti, del culto divino, degli 
abusi che sono venuti insinuandosi nella religione 
maomettana ; ripete con amarezza che il suo cuore 
è contristato dallo spettacolo miserando offerto 
dai mussulmani piombati in cosiffatti errori, con- 
clude che per questo appunto egli s'è mosso, coi 
favor del Cielo, a riscattarli. 

Di poi, quando le sue parole cominciano a far 
breccia, assume un contegno piìi reciso, ed osten- 
tando j)rofonda commozione dà a mezzo d'una 
parlata in lacrime, quasi si sentisse sferzato da 
interne torture, freme, si dibatte, si contorce nel- 
V angoscia e dichiara di non poter più a lungo 
tollerare che P Onnipotente sia in sì mal modo 
adorato. 

Riuscì con quest'espediente a destare l'atten- 
zione del pubblico né andò guari che la sua tat- 
tica trionfò: lo si guardava da principio con 
strana meraviglia, indi con interesse vivo, pa- 



— 4S — 

vendo veramente degno di considerazione un uomo 
die tanto si angustiava per le afflizioni del suo 
prossimo; da ultimo si tini eoi prestargli cieca 
fiducia. I protettori, gli amici, i curiosi, quella 
tal folla amorfa, che sbuca da ogni banda non ap- 
l)ena v^ ha sentore di novità ed è sempre pronta 
a gettarsi a capofitto nelle imprese più temerarie, 
formarono il primo nucleo de' suoi seguaci; accoz- 
zaglia eterogenea di gente, per la maggior parte 
di tartari e di circassi, che credula alle sue pre- 
dicazioni j)rese a spargere la notizia delP avvento 
di un divino Profeta. 

A consolidare la sùbita fama del nostro abi- 
lissimo ciurmatore, giungono in buon punto talune 
sue ben riuscite esperienze fìsiche, che egli compie 
con tutta semplicità, con stupefacente disinvol- 
tura; viene poi a dar F ultimo colpo a quanti 
ancora dubitavano di lui e delle sue dottrine il 
seguente notevole episodio. 

Richiesto dal Ean di Amadia, desideroso di 
vedere da vicino e di muovere alcune domande 
alP uomo, che da qualche tempo mena in città 
tanto rumore, il Boetti non esita a presentarsi a 
lui e gli risponde con tanta franchezza e con pa- 
role sì persuasive — apparse forse tali appunto 
perchè poco comprensibili — che il Kan lo guarda 
attonito e confuso, si convince di trovarsi ve- 
ramente in presenza d' un uomo degno di vene- 
razione; e poiché il nostro Profeta matricolato 
osa con mano ferma e con sicuro viso afferrare 



— 49 — 
un tizzone ardente mostrando di poi la palma 
sulla quale non è rimasta traccia alcuna di scot- 
tatui-e, egli esprime senza ritegno il suo avviso 
dichiarandolo vero e proprio emissario divino. 
Poco dopo, avendogli il Kan donato dieci monete 
d'argento, il neo-profeta le riceve con sorriso di 
scherno, le getta tra le fiamme, si protende sul 
braciere, mormora inintelligibili parole, indi si 
rialza dichiarando che P Onnipotente non ha bi- 
sogno di denaro per far valere i suoi diritti sulla 
terra e si allontana senza aggiunger verbo, e 
senza cedere alle reiterate istanze dei presenti, 
i quali vorrebbero ch'egli portasse con sé le mo- 
nete avute in dono. 

Quasi ciò non bastasse, seguì alla sua partenza 
una specie di miracolo. Kon appena egli fu uscito, 
si rinvennero nel fuoco monete d'oro in luogo di 
quelle d' argento. Subito si fece ricerca del Pro- 
feta, ma il nostro mistificatore aveva già saputo 
rendersi irreperibile, fornendo così al poi)olo che 
già cominciava a tenerlo in concetto di santo, una 
prova mirabolante della propria natura profetica. 

Manco a dirsi egli, come s' avvide d' aver buon 
giuoco, moltiplicò tali trucchi con destrezza pari 
alP audacia, scegliendo con pronto intuito le oc- 
casioni propizie. Ecco ad esempio che un giorno, 
standosene a pie d'un piccolo albero sur una 
piazza d'Amadia, prese a parlare al popolo, e a 
poco a poco infervorandosi, compì straordinarie 
rivelazioni. Disse, fra V altro, che essendo fiacca la 



— 50 — 
fede cbe si riponeva in lui, egii sarebbe, col fa- 
vor di Dio, sparito dalla presenza di tutti gli 
astanti, senza dar ad essi il tempo di avvedersene. 
jS"acque allora fra auditorio grave tumulto: fu 
deciso di vigilare giorno e notte la sua casa, per 
impedire che egli scomparisse per davvero; ma 
ogni custodia fu vana poiché al mattino seguente 
si dovette constatare, tra le piìi alte grida di 
stupore e di dolore, che il Profeta non c^ era piti, 
né tornò possibile trovare di lui la benché minima 
orma. 

Qual fosse il recondito modo praticato da quel 
nostro allucinatore di folle, non ci é dato svelare: 
certo é che i)er farla in barba alle scoite mao- 
mettane non gli dovette mancare persona fidata, 
che gli obbedisse ciecamente, prestandogli mano 
nelle sue temerarie manovre. 

vSappiamo invece che dopo poco più d^ un mese 
egli trovavasi a Trebisonda, dove ebbe lunghe 
conferenze col Pascià, e, in seguito, a Gumus 
Kana, grosso borgo armeno, donde, in groppa ad 
un asino, si restituì al suo prediletto villaggio 
persiano, accoltovi con grandissime manifestazioni 
di giubilo. 

Il nostro in-ofeta, assorto ne' suoi piani, si mo- 
stra incurante dei festosi rumori della turba ec- 
citata : sa alternare alP eloquenza delle predica- 
zioni la suggestione i)rofonda del silenzio. Final- 
mente, trascorsi otto giorni in ostinato mutismo, 
iV un tratto si svela, si proclama riformatore re- 



_ 51 — 
ligioso, bandisce lo scopo della sua divina mis- 
sione, annunzia ormai maturi gli eventi. 

Le audacie velate di mistero, lianno sempre 
una forte presa sulle turbe: questi suoi modi inu- 
sati gli procacciano infatti numerosi aderenti. C^ è 
perfino un danaroso signore del paese, che gli 
offre in segno d' omaggio la propria figliuola in 
isposa, ma egli prudentemente la rifiuta, limitan- 
dosi, secondo il solito, ad accettarne le sostanze. 

Ricco così di fedeli e di quattrini, spiega al 
vento lo stendardo di guerra e proclamando di voler 
instaurare una radicale riforma della religione, 
annunzia con altezzosa spavalderia cLe marcia 
su Costantinopoli per porre su quel trono un i^rin- 
cipe fedele osservatore della legge umana e divina. 

Sceglie pertanto, con occhio esperto, tra il co- 
dazzo dei sfeguaci, novantasette uomini dal cuore 
intrepido, e con questa Compagnia della Morte 
si accampa al confine ottomano, sbaraglia qual- 
che agà^ che gli si fa incontro, e si inoltra in ter- 
ritorio turco. Dopo meno d^ un mese dalla sua par- 
tenza da Amadia, un bel giorno passa in rassegna 
i suoi uomini, ai quali sono venuti di continuo ag- 
gregandosi molti soldati raccogliticci; con essi, 
che assommano a 2742, egli è in grado di infliggere 
piena sconfitta al governatore di Akeska, uscito 
con tutte le forze di cui dispone a combatterlo. 
Respinta così P improvvisa sortita dei nemici, il 
nostro Profeta coglie subito il destro di questo 
felice battesimo del fuoco, per assumere il titolo 



— 52 — 
di Mansùr, vocabolo che nella lingua dei suoi 
fanatici proseliti equivale a Vittorioso. 

Il profeta Mansrir ha così aggiunto alla sua 
fama di restauratore religioso quella di guerriero 
invitto: le sue file vanno ingrossando di giorno 
in giorno, ed egli vede accogliersi a poco a poco 
sotto le sue bandiere un intero esercito. 

Tuttavia, non ostante le vive sollecitazioni dei 
suoi, stima prudente di non entrare in Akeska; 
piega invece su Erzerum, costringendo questa 
città a pagargli un tributo di guerra. Quando poi 
vede che le sue schiere contano ben 37 mila uo- 
mini, elisegli tiene in freno con potere suggestivo 
e con autorità dispotica, e mantiene in armi con 
incessanti esercitazioni, stabilisce di penetrare 
nella Georgia, dove, sotto il protettorato della 
Russia (trattato di Kainargé, 1774) regna il prin- 
cipe Eraclio. Costui, di fronte alP inattesa irru- 
zione di queste orde infiammate di bellico furore 
dalle parole del Profeta, esce in campo con le 
proprie soldatesche miste a non pochi soldati 
russi e si dirige contro quelle del Mansìir distri- 
buite in quattro corjji distinti, a uno dei quali 
sta a capo il Boetti in persona. 

La tattica seguita dal Profeta in questa gior- 
nata campale è inspirata ad abili concetti stra- 
tegici. Egli, ripartite le truppe, come si disse, 
Aàgila su ogni preparativo con occhio cauto e con 
mente riflessiva, ma con animo deliberato a tutto. 
Mentre si dispongono le schiere avviene un epi- 



— 53 — 
sodio, elle mostra com^ ei sappia con incredibile 
sangue freddo trar partito da ogni evento per 
levarsi gigante nelle fantasie delle sue genti. 
Avendo infatti uno dei comandanti a lui sotto- 
posti eseguito di suo arbitrio una mossa non 
preordinata, mossa che avrebbe potuto arrecare 
conseguenze disastrose, egli lo invita a discol- 
parsi : e poiché questi risponde alP interrogatorio 
con certa alterigia, il nostro Profeta dà in una 
risata, senza aggiunger verbo. Senonchè quando 
già tutti presumono che la cosa non abbia sèguito, 
egli senza scomporsi e pur ridendo ognora, or- 
dina che detto comandante sia strangolato. 

Con tali j)rocedimenti sommarli rassoda il pro- 
prio prestigio tirannico, rende dogmatico il prin- 
cipio d'autorità: ridotte a tale obbedienza cieca, 
le sue truppe avventizie acquistano baldanza di 
schiere regolari, e non appena egli dà il segnale 
delia battaglia, si gettano sulle milizie di Eraclio, 
furiosamente. 

Il Profeta, intanto, che se ne sta alla riserva 
con il suo corpo volante, sguinzaglia i soldati 
che ha seco, a stento prima frenati, e con essi, 
che giungono proprio in buon punto, consegue 
la vittoria, fa dei nemici una vera carneficina. 

Di lui si narra che, mentre più ferveva la mi- 
schia, scrivesse stando a cavallo, una lettera in 
lingua turca e tosto la inviasse per mezzo d'un 
corriere a Trebisonda, lasciando abilmente sup- 
porre a' suoi, che quel governatore fosse in segreti 
accordi con lui. 



— Ott — 

Vinta così la terribile partita, uou dorme punto 
sugli allori, ma insegne con ardore i fuggiaschi, 
giunge i)resso Tiflis, irromi)e nella città, e sapendo 
quanto le soldatesche bramino il tripudio selvaggio 
del saccheggio, la abbandona in preda a' suoi fa- 
cinorosi. 

Ben ventidue mila georgiani vuoisi abbiano 
in questa battaglia perduta la vita e a ben dieci 
mila si calcolano gli schiavi ch^ ei catturò e ven- 
dette sul mercato di Costantinopoli ; ma pur dando 
la tara a coteste cifre, resta sempre notevolissimo 
il successo ottenuto dal Manstir. Al Profeta fu- 
rono naturalmente riservate le piti belle schiave 
georgiane, che egli accolse per metterle, almeno 
così diceva, a riparo dagli insulti dei soldati, a 
quella guisa che radunò nelle proprie mani ogni 
predato tesoro, sotto pretesto di tenerlo in custodia 
l)er i bisogni di tutti. 

Narrasi pur anche che un principe georgiano, 
per timore, si sottomette a pagargli una forte in- 
dennità in denaro e un tributo di trecento schia- 
vi, maschi e femmine; di tutto questo, pur mo- 
strandosi poco soddisfatto, il Profeta vittorioso 
fa le viste di tenersi pago per il momento, ur- 
gendogli, com'ei dice, proseguire la sua marcia 
verso la meta prefissa. 

Il povero fraticello, che doi)0 aver sì a lungo 
vagheggiato giorni di radiosa fortuna, ora vede 
il suo esercito sempre più cresciuto di forze per 
i molti che accorrono spontaneamente ad armo- 



— 55 — 
iai-si sotto il suo stendardo, j^reso da subiti entu- 
siasmi, divien superbo, audace ; sorretto dai fana- 
tismo de' suoi, decide di giuocare P ultima carta, 
di tentare cioè la tanto strombazzata riforma re- 
ligiosa. 

Porta quindi senza piii spingersi nella Geor- 
gia, le sue scliiere ad Akeska, ove i)one campo: 
spedisce per destinazioni a tutti ignote taluni 
messi segreti, dei quali uno solo, diretto a Smirne, 
ritorna scortato da sette uomini, vestiti alla 
foggia turca, ma che non parlano affatto tale 
lingua; risparmia il paese di I^akhchivan, facile 
preda, qualora egli P avesse ambita, adducendo 
a pretesto F amore eh' ei porta ai monaci di San 
Domenico, colà dimoranti, ai quali si astiene dal 
recar molestia di sorta. 

In quest' epoca si ritiene avvenuta la compi- 
lazione del nuovo dogma da lui emanato: strano 
impasto di precetti religiosi e morali, composto 
di massime, che han sapore d'eresia e di immo- 
ralità, e che lusingano i bassi istinti de' suoi 
adepti. 

Tali dottrine bizzarre, nelle quali si conten- 
gono le teorie piti contradditorie, risultanti dal 
l'ibrido accozzamento di norme cristiane e di 
regole derivate dalle fonti più disparate, me- 
ritano d'essere integralmente riferite, nei loro 
bizzarro francese, avendole il Profeta Manstir 
poste a fondamento d'ogni sua predicazione. 



— 50 — 
Stralciamo pertanto dalla Relazione, che ci 
serve di documento, questa pagina caratteristica: 

1. Il n' y a qn' un DieUy qu^ il faut adorer 
en esprit et vèr ite; tout eulte extérieur 
V offense. 
II. Ce Dieu est indivisihle, il n' est qii' un, il 
n' est point trois. 

III. Ghrist étoit un homme jnste et saint^ il étoit 

prophète, comme hien d^ autres le sont. 

IV. Il y a ime récompense pour les fidèles, il y 

a une punition pour les méchants, mais 
elle n^ est point éternelle. 
V. G^ est un crime honteux qiie de prier et re- 

mereier le Tout-puissant. 
VI. Tous les hommes se sauvent s' ils soni justes 
chacun dans sa religion. 
VII. Les jouissanoes du Paradis ne consistent 
qu' en une vie éternelle, privée de tonte 
sorte de mal, 
VIII. Le monde a eu son commeneementy mais il 
ne finirà jamais. 
IX. Les souverains sont V image de Dieu lorsquHls 
sont comm'ils doivent ètre. 
X. L'adultere est un grand crime, 
XI. La fournication n^ est point du tout pécìié, 
XII. L'ìiomicide est injuste, Dieu et les ìiommes 

le punissent, 
XIII. L' inceste est chose naturelle, n^ est point 
peché. 



— o^ — 
XIV. Le voi est péché lorsque Von vole 

extrème néoessité, 
XY. Le Baptème et la Gireoncision ne soni que 

des cérémonies ridieiUes. 
XVI. Les voeux que V on fait dans toutes les re- 

ligions^ soni des témérités punissables. 
XYII. Le Pape et le Muphti soni des imposteurs, 
XYIII. Il est permis de se tuer soi-mème dans V oc- 
easion. 
XIX. C est un grand péché que de manquer à sa 

parole et à son honneur, 
XX. Les làches, les poltrons et les avares doivent 
ètre privés de leurs dignités^ de leurs 
richesses et les releguer au travail des 
champs. 
XXI. Une femme surprise en adultere doit ètre 

lapidee. 
XXII. Une fille peut taire ce que bon lui semole 

de son corps, elle en est la maitresse. 
XXIII. Il faut tìier un traitre. 
XXI Y. Il faut aimer Dieu sur toutes choses et son 
prochain comme soi-mème. 

Redatto in queste due dozzine di articoli il 
suo mirabolante Statuto religioso, il Profeta or- 
dina che venga letto ai soldati, che lo si divulghi 
fra tutti i suoi proseliti, indi, presentatosi loro, 
con atteggiamento inspirato, decreta che sian 
senz' altro uccisi coloro che non accettino il no- 
vissimo bando. 



— 5S — 

E allora tutti fan giuramento di osservarlo 
con fedeltà e rispondono a una voce: 

— Avedy Aved! e cioè: eosì sia, così sia! 

Ormai il dado è tratto. 

Il Profeta non indietreggia più fino alla morte. 
Infiammato dal suo sogno acquista per autosug- 
gestione il convincimento d' esser nato a grandi 
cose, e ostenta di credersi apportatore in terra di 
nuove leggi religiose e politiche. Accoglie, pei'- 
tanto, con benevolenza gli uomini di buona vo- 
lontà, che gli si offrono proni in atto d^ ossequio: 
toglie di mezzo, senza indugio, i freddi seguaci 
e gli indifferenti. Così, un giorno, mentre attra- 
versava P accampamento, sorpresi due turchi, che 
stavano pregando Dio secondo V antico costume, 
si arresta, balza di sella, li abbraccia come per 
dar loro V estremo addio, annunzia ad entrambi 
che la morte è necessaria i>oichè essi violarono 
la legge giurata, e prima ancora che i malcapi- 
tati siansi riavuti dallo stupore, brucia alP uno 
le cervella, trafigge V altro col suo Mrigiar. 

* Egli sa quale immenso valore abbiano agii 
occhi della moltitudine queste punizioni esemplari, 
impartite con mano ferma e con pm fermo cuore; 
si tien certo che nessuno più s^ attenterà di venir 
meno a quel suo codice imperioso. 

Procede, quindi, tra V entusiasmo delle sue 
schiere, che vuoisi, non forse senza esagerazione, 
ammontino ormai alP ingente numero di ottan- 
tamila uomini, verso Sivas, e senza recar alcun 



— 59 — 
male alle popolazioni, che incontra sul suo cam- 
mino, si limita ad esigere forti tributi e ad in- 
corporare fra le sue quante più genti si volgono 
a lui. E intanto va ripetendo senza tregua, con 
accento di intima persuasione, cLe egli è i>adre, 
fratello, amico di tutti, inviato da Dio a portar 
la pace fra gli uomini; promette protezione, feli- 
cità a chi gli obbedisce, minaccia di esterminio 
coloro che, dopo averne liberamente accettato i 
dettami, osino rendersene spergiuri. 

E per apparire vero Profeta, conscio della 
propria missione, affetta una grande semplicità 
di modi, una tranquilla serenità di pensieri, una 
misericordia evangelica, mostrandosi benefico di 
elemosine ai poverelli, di conforti agli afflitti, di 
consigli a quanti fan capo a lui. 

Lo assalivano, a tratti, repentini richiami no- 
stalgici al suo passato, ed egli ripensando alla sua 
precedente vita, sì dissimile dalla attuale, dava 
talvolta in esclamazioni di questa fatta: 

— Ah, Koma, Eoma! perdi i tuoi figli, Roma 
ingiusta! 

Ma eran questi rimpianti di breve durata, che 
valevano tosto, per contrasto, a renderlo sempre 
più avverso a quel mondo a cui egli aveva detto 
addio, e lo facevano più tenace prosecutore della 
sua impresa religiosa e guerresca, ormai matura nel 
suo pensiero, come si ricava da una lettera da lui 
diretta a Trebisonda ad un suo amico armeno, 
nella quale gli confida ch^ei conta, col favor della 



— 60 — 
sorte, di instaurare in Asia ed in Europa un'unica 
religione. 

A volte poi apre il suo animo, intenerito da 
improvviso bisogno di affetti, ed un giorno, ad 
esempio, esce in questa confessione: 

— Io non provengo — ei dice — da ricco ca- 
sato, ma i)OSseggo un cuore grande, un animo no- 
bile; sono pronto a perdonare ai miei nemici, a 
render loro ben per male. 

Le confidenze più importanti soleva versarle 
in seno al suo medico, col quale si intratteneva in 
lunghi discorsi: 

— Io sono, nella mia coscienza, affatto tran- 
quillo, e compio serenamente V opera mia — osser- 
vava a proposito del turbamento che altri avrebbe 
potuto presupporre in lui, che da missionario si 
mutava in apostolo d' un nuovo credo religioso. 

E soggiungeva che ogni sua sciagura ripeteva 
V origine dalla crudeltà de' suoi parenti, i quali 
allontanandolo dal tetto natio gli avevano cre- 
sciuto in cuore impeti di indii)endenza e di ri- 
bellione. 

Nelle pubbliche arringhe poi, esponeva e com- 
mentava a modo suo i singolarissimi precetti, che 
lo avevano inspirato nel dettar la taA^ola delle 
leggi della sua Eiforma religiosa, e illustrava con 
verbosa abbondanza di affermazioni, talune svi- 
sate, le più paradossali, quei ventiquattro articoli, 
coi quali presumeva di rifare il mondo. Mette 
conto di raccoglier qui dalla citata Relazione^ 



— 61 — 
un' eco di tali sue concioni per conoscere il gro- 
viglio delle sue stravaganti teorie. 

— Andiamo sempre avanti, fratelli, amici miei, 
Ijrocediamo verso la nostra mèta; Iddio lo vuole! 
Egli ci conduce, egli ci protegge! 

^on fate male alcuno agli innocenti e ai cri- 
stiani. ISTon crediate già che la religione cristiana 
e la maomettana siano false e contradditorie; 
entrambe hanno salde basi, entrambe si equival- 
gono. 

Falsi sono, invece, quasi tutti i loro ministri. 

La legge di Maometto e quella di Cristo non 
sono punto dissimili; la sola ignoranza è colpe- 
vole d' aver confuse in cotal guisa le idee da 
farle apparire opposte e cozzanti. Sottoponiamole 
adunque a riforma, ridoniamo alla religione mao- 
mettana la sua purezza antica, e noi allora la ve- 
dremo simile alla cristiana, considerata nella sua 
essenza i^rimitiva ; V una e P altra cioè ci aj)pari- 
ranno, sotto identico aspetto, e nobili e degne. 

Poiché, in ultima analisi, bisogna concludere 
che non vi ha che un Dio unico, e un' unica legge 
i suoi profeti invece sono in gran numero. 

E dopo di me ne verranno altri molti. 

Colui che ha vaticinato la distruzione di M- 
nive era egli pure del novero di essi ed ora più 
non esiste. 

Io predico la stessa cosa di Costantinopoli, io, 
che sono, a mia volta. Profeta. 

Così, esaltandosi, segue, invasato, a predicare, 
con tono profetico: 



— (>2 — 

— Io vidi le ruiiie di Mnive e le ho osservate 
atteri tallì ente. 

lonas non esiste più, ma io vivrò per tale or- 
dine d'anni da assistere alla distruzione di Co- 
stantinopoli. 

p] Roma esisterà eternamente! 

Rimarranno in piedi, senza dubbio, le sue mura, 
ma cadranno le sue ingiustizie e la sua effimera 
potenza. 

Selim potrebbe forse attuare la riforma, ma i 
tempi che volgono non sono propizi. 

Maometto era un grand^uomo, ma si lasciò tra- 
viare dalla politica, perdendo la propria since- 
rità; egli usò un linguaggio troppo oscuro, che 
non potè esser compreso né da^ suoi amici, ne 
da^ suoi nemici, uè da lui medesimo. 

Ecco giunto il giorno, fratelli, comi)agni miei, 
giorno prescelto da Dio, perchè noi spieghiamo 
le misteriose parole di Maometto. 

I Mussulmani del tempo nostro sono incapaci 
di ragionare. 

II Muftì di Costantinopoli, e lo Sceriffo della 
Mecca sono degli ignoranti, degli imbroglioni ; 
sono ciechi che guidano altri ciechi. Occorre il- 
luminarli. 

E poiché Selim non è egli stesso illuminato 
suffioentemente, deve cedere il suo jiosto e riti- 
rarsi. 

Passa quindi a sentenziar di morale religiosa 
con subita umiltà: 



— 63 ~ 

— Guardiamoci dalle tentazioni; non ci tur- 
bino stogili ambiziosi di dominio temporale; ele- 
viamo fervide preci alF Onnipotente, perchè voglia 
conservarci la sua protezione. 

Io a nulla agogno in questo mondo se non a 
render gloria a Dio e a sterminare i suoi nemici. 

I^Tessuno sa chi io mi sia e forse lo si ignorerà 
ancora per lungo tempo. 

In ogni cosa deve regnar V ordine, perciò io 
comando e voi obbedite; io però nulla ordinerò 
che non sia conforme a giustizia. 

Dio è misericordioso e onnipotente e tali pure 
anche sono, in qualche misura, i suoi profeti. 

Vi sono al mondo dei malvagi, che mi odiano ; 
io ben li vedo, che ordiscono trame a' miei danni; 
ma li disprezzo e se tuttavia qualcuno ne punirò, 
abbandonerò gli altri alla vendetta di Dio, che 
è giusto vindice de^ suoi fedeli, a quella stessa 
guisa che è buono e misericordioso. Egli sa, cioè, 
vegliare sui suoi servitori e proteggerli dalle male 
arti dei tristi e dei poltroni. 

Chi si ripromettesse di uccidermi, errerebbe a 
partito, poiché io sarò pronto a rinascere tante 
volte quante saranno necessarie per la gloria del- 
V Eterno e per il trionfo delia Verità. 

Parole da profeta da piazza, che dice la ven- 
tura e che leggendo sui visi degli ascoltatori V ef- 
fetto stupefacente de^ suoi arditi sproioquii, pro- 
rompe con maggior fervore: 

— Uomini, uomini ! Aprite gli occhi. È giorno 



— ()J: — 

<li luce. TI Sole, pur non essendo <'lie un astro 
inanimato, rischiara tutte le genti, fuorché quelle 
che si nascondono per non vederne i raggi. 

TI Muftì e i ministri della legge nulla sanno. 
e non fanno che ripetere gli errori de^ loro pre- 
decessori. 

Tddio onnipotente ci ha destinati alla riforma 
degli immensi abusi, che corromi)ono tutte le re- 
ligioni. 

Beati coloro che ascolteranno la parola di Dio, 
predicata da' suoi servitori! 

Dio ha bastevole potenza per punire i malvagi, 
ed i suoi servi avranno essi pure forza sufficente 
per punire i suoi nemici. 

E si rifàj quindi, con ripetizioni continue, ai 
suoi precetti generali, ai quali mescola, disordina- 
tamente, F esaltazione del proprio compito di rifor- 
matore, conferitogli dal cielo, in modo affatto mi- 
sterioso : 

— TI mondo ebbe cominciamento, ma la sua 
esistenza è eterna. Mussulmani, Cristiani, Ebrei 
purché in buona fede e ossequenti alla parola di 
Dio, sono eletti alla gloria, poiché sono tutti uo- 
mini creati a sua immagine e somiglianza. 

Gesù Cristo fu un grande profeta: Maria è 
Vergine, sposa e madre. 

I primi discepoli di Gesù furono uomini giusti, 
mentre quelli di Maometto non ebbero di mira 
che il loro interesse particolare, ad eccezione di 
uno solo, che ora é al cospetto di Dio misericor- 



— 05 -- 
dioso. Tutti i loro successori non furono che fur- 
fanti, che hanno ingannata la buona fede dei 
seguaci. 

Costantinopoli sarà distrutta dalP ira divina ; 
Egli non si varrà delle armi dei guerrieri, bensì 
di quelle delle quali può servirsi un Dio irato! 

È mestieri estirpare i mali dalla radice. 

iS^on si parlerà più ne di Ramadàm ( mese di 
marzo dedicato a- feste religiose e sacro per i 
Mussulmani) né di Quaresima (cristiana). 

Dio è uno solo, indivisibile. 

Egli non vuole esser adorato che con un^ unica 
forma di culto. 

Egli è il Signore della terra, della quale può 
disporre a volontà, donando gli imperi a chi piii 
gli aggrada. 

Tutte le ricchezze della terra, non apportano 
la felicità; questa si può soltanto ottenere ser- 
vendo debitamente Dio. 

Eccovi, amici, fratelli miei, i miei tesori, che 
sono quasi incommensurabili. 

Io posseggo un esercito formidabile, composto 
de^ più valorosi guerrieri e dei più devoti servi 
di Dio. 

Ogni nostra impresa è benedetta daìP Onni- 
potente. 

Io ho gran copia delle più belle donne, che vi 
siano in terra. Ebbene! Tutto ciò non mi rende 
felice. 

Voi ben sapete che io non ho finora goduto 
neppur una di queste donne bellissime. 



— 66 — 

Di tutti i miei iminoiisi tesori io uou ne fo 
uso che per la gloria di Dio e per il benessere 
dei mio prossimo. 

E via via, eccitando gli spiriti, ormai tesi 
nelP ansia e scossi dalle profetiche sue esaltazioni, 
getta il seme della grande conquista guerriera, 
che vagheggia: 

— Io non ambisco che di servir Dio, e di dar 
pace alP animo mio. Le recenti vittorie da noi 
riportate in Georgia valgono come i)romesse di 
ben altri più colossali trionfi. 

È necessario distruggere tutte le Babilonie 
del mondo : io non sono che lo strumento di cui 
Iddio vuol servirsi; voi siete i campioni e gli eroi 
sui quali Dio veglia dalP alto del suo soglio. 

Egli è con voi e per voi. Voi sarete i riforma- 
tori degli imperi del mondo, e del culto divino. 
I vostri nomi diverranno immortali, e saranno 
rammentati con grande rispetto e con somma ve- 
nerazione i)er tutte le generazioni. 

Con voi, miei cari compagni, noi attraverse- 
remo vittoriosi tutta la terra; con voi, nessuna 
spedizione riuscirà difficile. 

Dio ci vede: Egli è con noi. 

Io veggo, ^o sento che vi accende un grande 
amore per la gloria di Dio e vostra ; io so che 
voi soli siete atti ad abbattere tutti i malvagi, 
che scorrazzano sulla superfìcie della terra. E pur 
tuttavia per questo medesimo amore di Dio, che 
e' infiamma non bisogna né disprezzare, uè respin- 



— 67 — 
gere quauti di loro spontanea volontà si conver- 
t;ino in nostri cooperatori. 

Così, in un arruffio di denigrazioni, di auto- 
apologie, di profetiche promesse, egli svolgeva 
confusamente il suo inverosimile disegno. Il quale, 
se nella sua essenza ha alcun pregio per la grande 
idea d' una religione universa, che lo pervade, è 
nello svolgimento ieratico, soggetto di continuo 
ai capricci, alle bra'me utopistiche del Boetti, e 
in ultima analisi appare come un complesso di 
dottrine caotiche, frutto d' una mente invasata 
da sogni smisuratamente ambiziosi, irretito nei 
lacci di un morboso e strano misticismo. 

1 fatti successivi provano, tuttavia, eh' ei fece 
breccia nelP animo degli ascoltatori. 

Largo dispensatore non solo di precetti, ma, 
già si disse, di elemosine, guadagna, adunque, 
a sé le turbe; audace fino alla temerarietà, solerte 
e infaticato, alterna alle esortazioni concitate, 
pazienti esercitazioni militari, per addestrare le 
sue schiere. 

Come poi è pago de^ suoi preparativi, calmo, 
impassibile, quasi si trattasse della più semplice 
delle imprese, dà ordine di marciare sopra Costan- 
tinopoli. 

Durante V avanzata s' abbatte in alcuni messi 
inviatigli dal Principe Eraclio, il quale, per il 
debole appoggio datogli dalla Russia si teme 
perduto, e viene a i)atti col Profeta e Principe 
Mansìir, offrendogli proposte onorevoli e vantag- 



— 6S — 
^iose. Questi li accoglie con beuevolenza, ma 
impone loro di seguirlo, dichiarando di non esser 
disposto a trattar d'affari così su due piedi. 

Prosegue, quindi, la sua marcia, e dopo tre 
giorni la sospende per godersi alcune cacce prin- 
cipesche, durante le quali riceve un Capigi-Bashi 
che giunge a lui con segrete ambasciate della 
Porta. 

Le conferenze da lui avute col messo turco, 
rimangono avvolte nel mistero. Certo è che, com- 
piute le cacce, il Profeta modifica alquanto P iti- 
nerario, dirigendosi verso mezzogiorno, come se 
avesse in animo di portarsi a Smirne. 

S' accampa, infatti, a sei giorni di cammino 
da detta città, e in questa nuova sosta è visitato 
da un altro Capigi-Bashi e da un Effendi, che 
gli recano doni considerevoli. Egli accetta ogni 
cosa, e s' intrattiene seco loro in frequenti collo- 
quii, senza i)erò lasciar nulla trapelare di quei 
conciliaboli. 

A tale scopo egli, già dall' arrivo del x>i*iiì^o 
Capigi-Bashi, ha cessato di valersi dell'opera 
d' un suo segretario greco, temendo che per le in- 
discrezioni di costui venissero divulgati i suoi 
segreti; e che questa diffidenza fosse legittima lo 
X)rova il fatto che appunto da tal suo confidente 
fu reso palese e divulgato il mistero dell'origine 
del nostro avventuriere. 

Presentatasi infatti al detto segretario greco 
propizia occasione, egli se ne fuggì a Costantino- 



— 69 — 
poli con una bella schiava, derubando altresì il 
Mansìir d' una cassetta nella quale si rinvenne, 
insieme a pietre preziose e gemme di grande va- 
lore, il Diario del Boetti, scritto di suo pugno. 

Come abbiamo detto, il nostro Profeta usa 
cortesie a quanti vengono a lui ambasciatori, ma 
nel trattare con essi mantiene ognora il proprio 
prestigio e la propria autorità; e il giorno in cui 
un Effendi si permise di parlare alto e imperioso 
al suo cospetto, egli lo fece senza indugio impa- 
lare consegnando la sua testa recisa al Capigi- 
Bashi con V ordine di riportarla al Sultano di 
Costantinopoli. Il Oapigi-Baslii allibito di fronte 
a cotesta inattesa esecuzione sommaria, timoroso 
per se d^ una consimile sorte, si sottomise pron- 
tamente ai voleri del Profeta, che si dichiarava 
disposto a far altrettanto con quanti osassero 
mostrarglisi poco deferenti, e gli si prostrò da- 
s'anti in atto quasi di adorazione. La Porta stessa, 
l)ur amareggiata e offesa daiP affronto, colpita da 
cotanta temerarietà, non reagì, convocò un^ as- 
semblea per deliberare ed essendo in questa pre- 
valsi consigli di prudenza, decise di inviare al 
Profeta una seconda ambasceria con maggiori e 
più preziosi doni, ai quali egli, dal canto suo, 
nulla mai corrispose, ove se ne eccettuino le buone 
parole con le quali, da vero sovrano vittorioso, 
ostentava di accordare alla Porta la propria auto- 
revole protezione. 

— Dite al vostro Sultano — andava ripetendo 



— 70 — 
a questi nuovi ambasciatori venuti a lui, dei 
quali uno era turco e gli altri due europei — 
ch'ei resti tranquillo, cb^egli si mantenga fedele 
osservatore di quella Legge, clie io gli ho predi- 
cata, e che non venga mai meno alla parola data, 
né mai tenti di tradirmi. In questo caso io gli 
sarò fedele amico ; ma se pur P ombra d^ un so- 
spetto venisse a turbare i nostri rapporti, sappia 
che egli avrebbe a pentirsene amaramente. 

Valsero però le cospicue proposte della Porta 
a vincere il Profeta, o la sua mente illuminata lo 
fece accorto della follia eh' ei stava per compiere 
volgendo le sue mire sulla stessa Costantinopoli ? 

Nebulose rimangono queste circostanze, ma è 
fuor di dubbio che se le parole del Profeta agli 
ambasciatori suonavano oltracotanti, il contegno 
da lui tenuto di poi verso il Sultano indusse a 
credere che fra i due principi esistessero segrete 
intelligenze. 

Assunto pertanto il titolo di Sheik-Oghan-Oolò, 
strano nome che a noi riesce, salvo nella prima 
parte che significa capo o sceicco, indecifrabile, 
ricevuta da Costantinopoli, per la via d' Off, porto 
del mar Nero, ragguardevole copia di munizioni 
e di cannoni da campagna, egli mutò di nuovo 
direzione alla sua marcia, dirigendosi ora verso 
la Georgia. Rimane pure oscuro come egli sia riu- 
scito ad avere presso di se ingegneri e fonditori 
europei; ma è assodato ch'egli ne ebbe nel suo 
campo un bel numero, e che tutti li fece lavorare 



— 71 — 
alacremente; egli stesso Inventò un ingegnoso (3on- 
gegno utile per caricare i cannoni da campagna 
sul dorso dei muli. Corse anche la voce clie 
un* altra potenza straniera gli facesse laute offerte, 
ma nulla si seppe mai di concreto, poiché dopo 
il caso occorsogli col greco, che lo spogliò e lo 
piantò in asso, egli più non volle al suo sèguito 
alcun segretario. 

Amico della Porta, egli fa tuttavia vegliare 
da fide scorte quanti pervengono da Costantino- 
poli ; sortogli qualche sospetto intorno al suo me- 
dico, non gli arreca male di sorta, bensì lo colma 
di doni a patto ch^ ei se ne vada in Persia e a 
tal uopo lo fa accompagnare fino al coniine; giu- 
dice ed esecutore della giustizia, supremo cax}0 
militare, ognor chiuso ne^ suoi pensieri, non si 
consiglia con persona viva, ma intorno ad ogni 
cosa da se delibera e provvede. Singoiar perso- 
naggio invero, che si atteggia a Profeta, si j)ro- 
clama riformatore religioso e non vuole coadiu- 
tori per tener a freno la incomposta turba degli 
adepti; ohe si elegge Principe da se stesso e non 
ha fiducia, e non tollera accanto a sé, né confidenti, 
né ministri! Gli animi signoreggia colla forza 
della suggestione, tra ascetica ed eroica, che egli 
diffonde a sé intorno; le truppe, selvagge orde 
tumultuanti, folla formata da genti d^ogni paese 
esalta e domina con larghe promesse di strepi- 
tose vittorie e di pingui bottini. 

Posto, in seguito, il suo accampamento nei din- 
torni di Tokat, si imj)ose, come già altre volte. 



una specie di monastica clausura chiudendosi in 
un villaggio per ben sette giorni, non ricevendo 
alcuno ne mostrandosi in pubblico fuorché du- 
rante la rassegna e V ispezione ai suoi soldati. 
Ai quali, in una delle sue consuete arringhe, par- 
tecipò che gli restavano molte cose da comunicar 
loro in riguardo alla riforma religiosa, ma che 
non reputandoli ancora atti a comprendere la sua 
sublime scienza teologica, si riprometteva di ini- 
ziarli nei misteri divini in epoca pili propizia. 
Li esortava frattanto a obbedire scrupolosamente 
ai dogmi giurati, soggiungendo: 

— iS"ou vi preoccupi punto il pensiero delP av- 
venire. Dio pensa per voi. Koi esistiamo eterna- 
mente, un po^ meglio, un po^ peggio, ecco la dif- 
ferenza.... 

Verrà un giorno in cui comprenderete ciò che 
ora non sono in grado di spiegarvi. 

Come poi gli giunsero talune particolari no- 
tizie da Costantinopoli, levò il campo, dirigen- 
dosi verso il Caucaso, per nulla intimorito dai 
movimenti che andavano compiendo in quelle re- 
gioni numerose soldatesche russe, anelando anzi 
di azzuffarsi con esse, spronato dalla brama e 
dalla speranza di batterle. 

Pervenuto a poca distanza da alcuni territori 
appartenenti alla Georgia, fece richiedere al prin- 
cipe Gore! una forte contribuzione in denaro, di- 
chiarandosi disposto a prenderlo sotto la propria 
protezione, mediante un canone annuo che gli 
fissava. 



— 73 — 

Ma non stimò prudente di perseverare in que- 
sto sistema di tassazioni vessatorie; avuto sen- 
tore che in quel momento P Agà, sovrano di 
Bitlis, nel Kurdistan, faceva notevoli prepara- 
tivi di guerra per muovergli contro, senz^ atten- 
dere la risposta del principe Gorel, piombò ad- 
dosso al detto Agà con tale inaspettato impeto, 
clie ne sgominò le schiere, ancora impreparate, 
devastò i campi, spogliò città e villaggi, trasse 
seco gran numero di schiavi. 

E già stava per mandar a morte un ministro 
delPAgà, cadutogli nelle mani, quando, impie- 
tosito dalle preghiere e dai pianti delle di lui 
mogli e figliole, venute tutte quante a intercedere 
grazia, senz^ altro lo liberò. 

Fu notato, a tal riguardo, come si astenesse 
di proposito dal recar ingiuria alle donne, per le 
quali ostentò sempre un grande rispetto, evitando 
tuttavia d'aver con loro rapporti diretti: le rite- 
neva esseri strani e bizzarri, che vanno amate 
per la loro fragilità, e soggiungeva che esse sono 
simili in ogni parte del mondo. 

A questo punto la nostra fonte si inaridisce, 
la Relazione volge alla chiusa. 

Prima però di lasciare il suo argomento il 
nastro informatore ci delinea la figura del Man- 
sùr, dii)ingendone, a brevi tratti, il tenor di vita, 
le usanze, il carattere. 

« Il Profeta Mansìir — egli scrive nella sua 
inelegante prosa francese, che stimiamo meglio 



— Ta- 
rlar tradotta — concede poco tempo al sonno, non 
più di cinque o sei ore, la notte occupa in fre- 
quenti ricognizioni. Mangia sei volte al giorno 
il cibo preparatogli non già dal suo cuoco, ma 
da una donna cinquantacinquenne; preferisce alla 
carne i legumi; non beve ne vino, ne liquori, è 
gran fumatore di tabacco ; veste più alla persiana 
che alla turca; nel prender riposo giace vestito 
« sur un sopba et il ne conche que tout seul ». 
Ha molte persone al suo servizio, ma non si vale 
che di tre uomini assai attempati. Le sue donne 
abitano lontano da lui, ed egli non le visita 
giammai da solo; le fa servire da schiave more: 
non le sorveglia per mezzo di eunuchi; ma anzi 
loro concede libertà di andarsene quando a loro 
piaccia e di unirsi a chi loro meglio talenti. Ama 
molto la caccia e la pesca, si esercita alP arco ed 
alla freccia, slanca ogni giorno cinque o sei ca- 
valli. La sua generosità è grande, il suo cuore 
pietoso, il suo corpo infaticabile. Ha aspetto 
nobile e assai piacente; portamento maestoso, 
sguardo fiero e al tempo stesso dolce; legge nel 
cuor degli uomini senza ingannarsi, ha cure amo- 
rose per la sua barba, che non è troppo lunga 
e termina in punta .... Fedele osservatore della 
sua parola, esige dagli altri pari fedeltà; rigido 
e scrupoloso nelP adempimento de^ suoi doveri, 
non permette alcuna rilassatezza. Con straordi- 
nario sangue freddo sa commettere, senza scom- 
porsi, le più buone e le più malvagie cose, gli 



— 75 — 
atti più grandiosi e i più nefandi. Possiede ricchi 
tesori, eh' egli sa custodire e dispensare con op- 
portunità. A^on ha ancora un piano fìsso e ben 
determinato, ma pare mediti di conquistare qual- 
che città capitale per consolidare la x^i^opria po- 
tenza e ivi stabilire il suo regno ». 

Così il cronista. 

Certo è che dopo -P ultima spedizione, suespo- 
sta, egli rientrò nella Georgia, dove rimase finché 
glie lo permisero le circostanze. 



Siamo così giunti, con la nostra narrazione, 
al 28 ottobre dei 1786. Con questa data ha, dun- 
que, termine la delazione francese, che è la fonte 
principale della biografia del Profeta Mansùr. 

Quali ne furono le i^osteriori vicende! 

A tenor di quanto lasciò credere al suo se- 
gretario greco ed al suo medico prima di togliere 
loro ogni fiducia, dopo le narrate imprese, sembra 
eh' ei volgesse in animo, qualora non incontrasse 
in Turchia buona ventura, di entrare in Persia, 
di approfittare delP anarchia, che da lungo tempo 
travagliava quella regione, e veder modo di farsi 
proclamare So'pM, Ma per verità « la ragione lo 
renderà persuaso — annota al punto in cui ciò 
riferisce il nostro cronista costantinopolitano — , 
che dalla ijarte di Costantinopoli gli si oppor- 
ranno assai tenaci resistenze. Quando però si 
lìensi a tale suo progetto ardimentoso e, per 



— 76 — 
contro, si ponga mente all' altro disegno di riti- 
rarsi con le sue ricchezze in Europa, dove nessun 
sovrano vorrà riconoscerlo, si è tratti a ritenere 
eh' egli è destinato a trascinare per sempre esi- 
stenza errabonda e avventurosa, e a perder la 
vita violentemente o per tradimento, o in aperta 
lotta »^''. 

Queste le previsioni, fosche, ma logiche, di chi 
pur doveva conoscere e tempi e luoghi. Par tut- 
tavia che la sorte abbia serbato al Profeta una 
fine molto meno drammatica, ma anche assai meno 
cruenta. 

Una lettera privata, l'ultima anzi delle lettere 
familiari del nostro avventuriere ^% è diretta al 
padre suo in Piazzano, ed è sottoscritta: fr. Chio- 
vanni Boetti dei predicatori^ Soloivestsl^^ 15 settem- 
bre 1798. 

Ritenendo quindi eh' ei sia morto in tal anno, 
o poco dopo, mancano al nostro racconto almeno 
gli ultimi dieci anni dell' autobiografia del frate 
errabondo, poiché le notizie saltuarie e scarse 
offerte dalla sua corrispondenza domestica non 
possono coordinarsi in un' esposizione concatenata 
e comj)iuta. 

Qualche buon frutto, invece, benché non troppo 
copioso, ci forniscono alcune storie sincrone, de- 
gne di fede. Si tratta di testimonianze che con- 
fermano quanto già sai^piamo e che mostrano, in- 
direttamente, come la scrittura francese sinora 
seguita, pur peccando qua e là di esagerazione 



— 77 — 
vada ritenuta per sostanzialmente vera; non ci 
resta che spigolare in questi documenti. 

Un contemporaneo del Boetti, il Becattini, in 
una sua opera diretta ad illustrare la Vita ed i 
fasti di Giuseppe II d' Austria^ fa menzione dei 
nostro personaggio. 

iS'otevole è il luogo dove, tessendo la storia 
delle guerre sostenute da Caterina di Eussia, dopo 
aver narrato come la Russia difendesse i deboli 
Giorgiani e i Mingreli, assaltati e predati di con- 
tinuo dai Lesgbi bellicosi, presenta ai lettori una 
figura misteriosa balzata sulla scena con impo- 
sture spudorate e con novissimi ardimenti. 

« Un nuovo capo di setta — egli scrive — 
era comparso sulla scena e minacciava di rinno- 
vare gli orrori e la storia funesta di una guerra 
di religione. Chiamavasi Scheiclc-Mansùr ossia Pro- 
feta o V Illuminato Mansùr. Qual si fosse la sua 
origine non è certo. Molte erano le voci sparse 
su questo proposito, e acciocché non mancasse 
chi aggiungesse una nuova invenzione in disca- 
pito degli Ordini religiosi, vi fu chi spacciò e 
scrisse in Italia che il falso profeta Mansìir era 
un rinnegato prima religioso delP Ordine di San 
Domenico ; sicché quando fosse vero com' é as- 
solutamente supposto, nulla secondo i principi 
d^ equità e retto giudizio dovrebbe pregiudicare 
P istituto dal medesimo abbandonato. Comunque 
sia, egli fattosi capo dei Tartari circonvicini, 
cercò d^ inspirar loro il fanatismo di religione e 
di persuaderli a non temere le armi Russe » ^^. 



— 78 — 

Costui, a detta del nostro storico, predica la 
guerra contro i cristiani, dispensa a' suoi soldati 
amuleti, che li renderanno invincibili, agita le 
turbe, si circonda di seguaci, si guadagna in breve 
tempo larga nomea, e la Russia diffida di lui 
percliè comprende quanto egli, supposto emissario 
della Porta, possa nuocere con le sue orde tartare, 
accecate dal fanatismo. 

A sua volta, il conte di Ségur, autorevole scrit- 
tore francese, che fu i^er parecchio tempo ministro 
plenipotenziario in Russia, ne' suoi piacevoli Mé- 
moires, dopo aver rilevato come le popolazioni 
del Caucaso siano quasi tutte soggette a potenze 
mussulmane e russe, e soggiunto che questa sotto- 
missione è piìi nominale che effettiva, poiché le 
ribellioni sono frequentissime, parla distesamente 
del Mausùr. 

Egli narra come « un nouveau i)rophète nommé 
Mansoura» scotesse le tribìi caucasiche, molestando 
i Russi; come chiamasse in armi i Circassi con 
veementi predicazioni, che avevan virtìi di mol- 
tiplicare l'ardore bellico di quelle genti barbare, 
già per naturale indole disposte ai cimenti. 

« Ralliés au nom de Mahomet par le fanatique 
Mansoura », facevano, invero, tali soldatesche asse- 
gnamento sulP infallibilità delle promesse di vit- 
toria, pomposamente loro largite; ma quando il 
cannone, « qui respecte peu les i>rophètes, dé- 
mentit la j)rophétie », le sue schiere in breve de- 
cimate e rotte, si sbandarono; riunite e rianimate 



— 79 — 
per poco con nuovi aiuti fronteggiarono ancora 
le truppe nemiche, finché perduto lo stendardo 
profetico, « couvert d^ inscriptions tirées de F Al- 
coran »; furono interamente sgominate e del pro- 
feta, afferma il Ségur, non si seppe più nulla ^^ 

Qualcosa tuttavia crediamo di poter aggiun- 
gere sul conto suo, sulle affermazioni del già ci- 
tato Becattini, che - in altra opera, nella quale 
espone la Istoria politica ecclesiastica e militare del 
sec. XVIII (delPanno 1750 in poi), discorre di 
nuovo del Profeta Mansùr. 

Dipinte egli, anzitutto, le condizioni politiche 
dei luoghi, che furono teatro delle sue imprese, 
si ferma di proposito a narrare talune azioni 
di guerra del cosidetto Profeta maomettano del Cati- 
caso^ del quale, ei dice, sono assai malnote e di- 
scusse le origini e la provenienza. 

Eiportiamo qualche periodo di questo quadro 
storico, che serve a dilucidare le gesta del nostro 
Profeta. 

« Caterina II — scrive il Becattini — andava 
consolidando ed estendendo il dominio non solo 
nella Crimea e nella piccola Tartaria, ma anche 
in tutte le province delP Asia, che da un lato 
hanno per confine P Eusino, dall'altro il Caspio .... 
Passati tutti i predetti paesi ( Georgia, Mingrelia, 
Imerizia ecc. ) se non sotto una immediata sotto- 
missione, almeno sotto V influenza dei ministri 
Russi, s'intraprese tosto a far comprendere ai 
Georgiani la crudeltà ed il vituijero di far mercato 



— 80 — 
delP amata i^role con gP infedeli. L' imperatrice 
non potè tollerare che provincie vassalie del suo 
diadema e popoli professanti il medesimo rito 
di lei, esposti restassero ulteriormente senza di- 
fesa alla barbarie di quei feroci cacciatori della 
razza umana e ordinò ai suoi generali di metter 
termine alle incursioni di quelle avidissime genti 
limitrofe. Allora per comando della Porta, orde 
di Tartari andarono a cadere addosso ai posti 
avanzati dei protettori dei Georgiani. Per ag- 
giungere più seduzione ed affascinamento delle 
menti allo spirito di rapina, si fece alP improv- 
viso comparire in iscena un nuovo capo di setta, 
molto adatto a confondere il corto raziocinio di 
quelle materiali popolazioni, col disegno preme- 
<Utato di istigarle ad abbracciare la causa della 
religione.... Scheicli - Manskr di cui tutti intra- 
presero di lì a pochi mesi a i)arlare in diversa 
maniera. Chi voleva che egli fosse un Indiano 
apostata dai Bramini, chi uno dei satelliti del 
Gran Lama o Pontefice del Thibet; chi infine 
un granatiere piemontese rinnegato in Algeri. 
Comunque si fosse, accintosi quel fantastico va- 
ticinatore a predicare tra i Tartari accese nei 
loro animi la più furibonda ansietà di scorrere, 
invadere, depredare — La fama d'un impostore 
di tal natura si diffuse altamente per PAsia e 
l' Europa tutta e in ispecie nei paesi bagnati dai 
fiumi Kuban e Terek, ove la maggior parte di 
quei rozzi abitatori si gettò alle sue ginocchia e 
promise di seguire tutti i suoi passi » ^^. 



— 81 — 

Alla testa di beu trentamila uomini deliberati 
e pronti ad ogni evento, egli si dà a frequenti 
scorrerie, sparge ovunque il terrore e lo sterminio, 
è cinto dalla venerazione de^suoi; senonchè, scon- 
tratosi infine con trui>pe russe, capitanate dal 
« Brigadiere » Apraxin, e guidate dal colonnello 
]!^agel, fu miseramente disfatto. Riparò allora fra 
gli scoscesi gioghi del Caucaso, ove si tenne a 
lungo nascosto. Riarsa in seguito la guerra fra la 
Turchia e la Russia, il Mansìir cerca di rigua- 
dagnare prestigio, raduna nuovi seguaci e riesce 
a dominare sui Circassi per certo tempo, ma senza 
fortuna e senza gloria. 

Finalmente, attratto da nuovi sogni di gran- 
dezza, decide un gran colpo per rifarsi la fama 
d^ un tempo, e per estendere la x>ropria signoria; 
raccoglie numerosi Circassi e Tartari e con essi 
si stringe attorno alla fortezza di Anapa sul Mar 
Xero, dove appunto nei 1791 subì decisiva scon- 
fìtta e cadde nelle mani de^ nemici. 

Narra, infatti, il Becattini: « Ricevuto ordine 
dalla sua sovrana, Caterina II, il generale Gu- 
dowitz, che comandava a diversi reggimenti Russi 
nel Cuban e nelle ampie contrade adiacenti alle 
alpestri montagne del Caucaso, inoltrossi verso 
la città di Anai^a sufflcentemente fortificata e 
* guardata da buon castello, circondata da alte e 
dirui)ate mura e difesa da quindici mila Tartari, 
che la custodivano al di fuori al favore d'un alto 
e duplicato trinceramento a bella ]30sta eretto ». 



— ,S1' — 

Assaltata vivamente, la fortezza cade ed è invasa 
dai vincitori, quando d' improvviso « un corpo 
volante di Turcomanni o Isauri, essendosi arri- 
schiato di appressarsi a quelle mura nelP atto 
delP azione, restò in simil modo disfatto; cadde 
prigioniero in tal congiuntura con molti suoi 
seguaci il già mentovato profeta delP Asia, Scheil- 
Mamùr che negli anni 1786 e 1787 vaticinando 
falsamente la total rovina del Russo Impero, era 
stato il primo a dar motivo alle ostilità tra la 
Porta e la Corte di Pietroburgo. Si dibattè, si 
difese come un leone, ma fu portato vivo davanti 
air imperatrice, che trovatolo piti frenetico che 
ragionevole, ordinò che fosse custodito con dili- 
genza e con buon trattamento senza veruno stra- 
pazzo » ^•\ 

Questa è V ultima vicenda segnalataci dagli 
storici, la quale possa con fondatezza essergli 
attribuita. Un estremo tentativo che egli avrebbe 
compiuto, presentandosi nel 1797 sotto nome di 
Morteza, fratello di Mehemet re di Persia, e giun- 
gendo sino a Bagdad accolto da prima onorevol- 
mente da quel Pascià, di poi riconosciuto e, con 
atto di clemenza, allontanato da quelle terre senza 
punizioni, è messo innanzi da uno studioso ^^, non 
senza riserve, e poco ad ogni modo aggiungerebbe 
alla già lunga serie dei tentativi del nostro Pro- 
feta, che mal sapeva piegarsi alla ineluttabile 
sorte dei vinti. 



— 83 — 

Tramontata in tal modo, e per sempre, la for- 
tuna del famoso e famigerato Profeta Mansiìr, egli 
ritornava a essere non altri che il frate domeni- 
cano padre Giovanni Battista Boetti. La czarina 
Caterina II avutolo prigione, lo volle, come si 
disse, salvo da maggior vituperio e, secondo il 
Damonte, « V onorò con testimonianze di favore, 
gli assegnò una rendita vitalizia di centomila 
franchi annui, gli destinò la città di SolOAvestsk 
a residenza perpetua » ^~. 

Pertanto se, come si congettura con verosimi- 
glianza, egli fu accolto da ultimo in un convento 
di Armeni cattolici a Solowestsk sul Mar Bianco, 
tutto fa credere clie colà abbia finito i suoi giorni, 
certo non prima, per la lettera citata forse, ad 
ogni modo cessando con tal anno la sua corri- 
spondenza familiare, non molto dopo il 1798. 

E se dobbiamo giudicare da quanto sta scritto 
di lui nella citata Relazione in francese, possiamo 
argomentare che a frate Boetti non deve essere 
tornata del tutto sgradita questa ultima clausura. 
Svaniti i folli entusiasmi, e uscito egli miracolo- 
samente incolume da tanti e così avventurosi pe- 
rigli, la non mai abiurata fede religiosa potè 
permettergli d^ entrare in un convento, che gli of- 
ferse sicuro e quieto rifugio. 

Si legge, infatti, a questo proposito in essa 
Relazione un passo molto significativo : « e' est sur 
qu^ il n^ embrassa jamais la religion mahométane; 



— 8-4 — 
son Journal qui est très détaillé en les moindres 
choses, et très exactement suivi, ne fait aucune 
mention de sou chaugement de religion. Ainsi il 
faut croire qu^ il n^ est pas musulman, mais qu^ il 
affecte de V e tre aux yeux du monde pour pou- 
voir mieux joaer son ròle » ^\ In questo modo 
perciò, senza rinnegare formalmente la fede degli 
avi, si allontanò da essa pivi per necessità del 
momento che per meditato proposito e per interno 
impulso; ridottosi a mal partito, considerandoli 
vano agitarsi nel quale aveva consumato la pro- 
pria esistenza, ormai più non occorrendogli di- 
vulgare credenze mussulmane, si può ritenere che 
abbia rivestito di buon grado P abito domenicano. 

Ciò almeno lasciano intravvedere le parole 
sopracitate; ciò esplicitamente conferma la let- 
tera, già ricordata, che pare abbia egli diretta a 
Piazzano dal convento degli Armeni cattolici, 
poiché in essa chiede perdono « ai genitori, ai 
fratelli, alle sorelle dei dispiaceri, che loro ha 
procurati » e si raccomanda caldamente alle loro 
preghiere. 

Così questo agitatore di idee e di uomini, che 
un padre inumano e una matrigna astiosa allon- 
tanano del tetto domestico, che un^ improvvisa 
esaltazione mistica converte in frate penitente e 
ìe molte avventure trasformano in Profeta e pro- 
motore d' una inaudita riforma religiosa, è da 
subita fortuna fatto signore di molte genti, da 
una altrettanto rapida catastrofe ricondotto alla 
sua umile vita d' un tempo. 



Il cerchio si chiude; egli rientra nell'ombra 
del chiostro donde era uscito dietro la lusinga 
di fallaci miraggi di gloria. 

La sua esistenza irrequieta si spegne nelP oblio 
e con lui cade il potere effimero del suo nome, 
che non aveva fondamento saldo e durevole, ma 
si reggeva soltanto sul fanatismo ignorante de' suoi 
seguaci. 

Fu egli, adunque, un piccolo I^apoleone al 
quale, per far completo il raffronto, non mancò 
neppure la irreparabile Waterloo? 

Il parallelo senza dubbio non regge tra le ma- 
gnanime gesta del Corso e quelle del temerario 
Profeta belligero. Tuttavia un che di napoleonico 
dovè pur trasiJarire dalle sue mirabolanti audacie, 
dato che i due nomi balzano in mente per cor- 
relazione di idee a quanti si occupano del Mansùr. 

Infatti, mentre il Damonte, nel suo ingenuo 
fervore apologetico, non seppe come meglio con- 
cluderne la biografia se non riproducendo quasi 
per intero l'inno manzoniano in morte di l!^apo- 
leone I, il D' Ancona, con assennato richiamo alla 
consimile fine dei due personaggi, osserva che 
SoloAvetsk fu per il Boetti la « Sant' Elena ove 
anch' egli avrà ripensato, meravigliandosi della 
sua sorte passata, alle moMU tende e ai j?erco«si 
valli .... al concitato imperio, al celere obbedir ». 

Kè altrimenti si esprimeva Cesare Lombroso 
definendo il Profeta: «un Napoleone, cui non 
mancò che l' occasione i^er diventare un gran 
conquistatore » ^•'. 



— m — 

Pur tuttavia anche così com'è la figura del 
Profeta Mansùr lia notevole rilievo. Egli è degno 
di essere accomunato per lo spirito d'avventura 
ai molti altri che la fama celebra e dei quali ri- 
pete i nomi come personaggi singolari e carat- 
teristici. Di essi non si discute P integrità della 
vita; le loro azioni non si sogliono considerare 
alla stregua comune; si ama reputarli uomini e 
nei pregi e nei difetti superiori alla misura nor- 
male; si resta meravigliati dinanzi al vario flut- 
tuare degli eventi di cui s' intesse la trama della 
loro vita; si gode delle loro vittorie pur conse- 
guite con mezzi spesso riprovevoli; si ammira in 
essi P inflessibile energia del carattere, P ingegno 
pronto, la volontà tenace, P ardimento eroico. 

E poiché queste doti non mancarono al nostro 
avventuriere monferrino, chiuderemo la presente 
cronistoria delle sue gesta, osservando che chi 
volesse ricercare analogie di fatti, di impulsi, 
di tendenze potrebbe far buona messe di osser- 
vazioni accostando a Giuseppe Balsamo, univer- 
salmente noto sotto il nome di Cagliostro, a Gia- 
como Casanova, a Lorenzo Da Ponte, a quanti altri 
italiani furono nel secolo XVIII avventurieri, Gio- 
vanni Battista Boetti, denominatosi da se stesso 
Profeta Mansìir Sheik-Oghan-Oolò ~\ 



I. — NOTE 

1 In FanfuUa della Domenica, Roma, 20 febbr. 1881. 

2 In Viaggiatori e Avventurieri, Firenze, Sansoni, 1911-12, 
pp. VIII-554, lì Padre Boetti, pp. 435-450, ristampa del pre- 
cedente articolo, con qualche aggiunta. 

3 In Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia 
di Alessandria, Alessandria, Piccone, 1901, a. X, fase. I (ser. II) ; 
Documento I, px3. 71-105, questa Relazione, edita per la prima 
volta. Essa si conserva negli Archivi di Stato di Torino; è 
redatta in francese, scritta in chiara calligrafia, occupa un 
fascicolo di 57 ijagine; non reca indicazione di sorta, ])riva 
pur anche di data, titolo, firma. Fu redatta, come si rivela 
dal contesto, a Costantinopoli, da un contemporaneo del 
Profeta. È segnata a catalogo sotto l'indicazione: Boetti. 
Di questa mia pubblicazione dà conto il D'Ancona in Viag- 
giatori ecc., p. 436, u. 1. 

^ Di questi daremo cenni sommarli rimandando per il 
testo latino, come già x)er quello francese, alla oit. Rivinta 
di Aless.^', Documento II, p. 106: Dal Registro degli Atti di 
nascita e di battesimo della parrocchia di San Giorgio in 
Piazzano, frazione del Comune di Castelsampietro Monfer- 
rato, per l'anno 1743, quelli relativi a Giov. Battista Boetti: 
Doo.*° III, p. 106: Dal Registro dei Matrimoni! dell' Arch. 
Parrocchiale di Crescentino all'anno 1740, mese di febbraio, 
l' atto nuziale del di lui padre not. Spirito Bartolomeo, figlio 
del not. Giovanni Domenico con Maria Margherita figlia del 
not. Vittorio Imperiale Montalto; Doc.*° IV, p. 107: Dal 



— 88 — 

Registro dei Matrimouii dell' Aroli." Parr.* (Duomo) di Ca- 
sale all'anno 1754, mese di luglio, l'atto nuziale del mede- 
simo uot. Spirito Bartolomeo con Paola Maria Margherita 
Rivalta. Questi due atti rettificando le a8serzioni del Da- 
monte, provano che non è Maria Margherita Radisonda di 
Creeoentino la prima moglie del Boetti, e quindi madre di 
Giov. Battista, ma Maria Margherita Montalto ( ei denomina 
altresì Paola Maria Margherita Montalto di Casale seconda 
moglie di lui, mentre questa è Paola Maria Margherita Ri- 
valta di Casale) in Pianta della famiglia Boetti, p. 157; 
Doc.*° V, p. 107: è la seguente iscrizione murale, ohe sti- 
miamo bene riprodurre: 

IN QUESTA CASA 
NACQUE IL 2 GIUGNO 1743 

aiOVANNI BATTISTA BOETTI 

CHE SOTTO NOME 

DI PROFETA MANStiR 
SCEIK - OGHAN - OOLÒ 

ALLA TESTA DI OTTANTAMILA UOMINI 

CONQUISTÒ L'ARMENIA 

IL KURDISTAN, LA GEORGIA E LA CIRCASSI A 

E VI REGNÒ SEI ANNI 

QUAL SOVRANO ASSOLUTO 

MORÌ NEL 1798 

IN SOLOWETSK SUL MAR NERO 

Essa si legge sulla facciata della casa già proprietà, per 
lunghi anni, della famiglia Bossi di Vercelli, passata ora 
in possesso della famiglia Ravera; uscita dalla penna cor- 
riva del -Damonte, non può esser recata a modello di esat- 
tezza storica e geografica. Il buon parroco canuto che, senza 
punto adontarsi delle sue teorie si jjoco ortodosse, andava 
oigoglioso di esser conterraneo d' un sì';strano avventuriere, 
non gli lesinò ne gli anni di regno, nò la copia delle terre 
conquistate, ne si peritò di porre Solowetsk, che e sul Mar 



— 89 — 
Bianco^ sul Mar Nero; e nessuno mai si diede la briga di cor- 
reggere 1^ epigrafe. A x>ropo8Ìto delle denominazioni geogra- 
iìclie, preferiamo sull'esempio del D'Ancona, usare quelle 
del testo, e cioè Lamica per Larnaca, Latakia per Ladikie, 
Beregik per Biregik, Antab per Aintab, Orfa per Urfa, Gar- 
niusa per Garmungi, Merdin per Mardin, Telkef ijer Telkeif, 
Gumus Kana i>er Giimiis Kane, Nakhchivan per Naoliioevan, 
Off per Ofi ecc. 

5 pp. 25-71, col titolo Un avventuriere monferrino del 
seo. XVllI, padre G. B. Boetti detto II Profeta Mansàr. Ivi 
riprodussi anche il ritratto del B., in abito da domenicano, 
da una veochia tela ad olio, ridotta però in grave stato di 
deterioramento, di proprietà della vedova del sig. Carlo 
Boetti, residente in Treville Monferrato, col quale, or è poco 
più d' un anno, si spegneva, senza prole, 1' ultimo discen- 
dente — egli stesso si reputava tale — della famiglia del 
Profeta. 

^ Che egli sia ben degno di rinomanza parve anche a 
G. Finzi, il quale fa di luì, sia pur fugacissima, menzione 
in Lesioni di storia d. letter.'^ ital.^, Torino, Loeseher, voi. Ili, 
pp. 8-9. 

È forse opportuno qui soggiungere che questo profilo ha 
carattere piuttosto divulgativo, che non critico, come, del 
resto, risulta dal tono della narrazione nella quale si fa 
uso del presente storico tutte le volte che esso giova a dar 
rilievo artistico agli episodi più significativi. Si citano, ad 
ogni modo, le fonti per documentazione storica di quanto 
si asserisce, senza ohe tuttavia sempre riesca criticamente 
possibile, in materia si arruffata, squarciare il velo delle 
copiose, amplificazioni 

'' Questo episodio, ohe, cosi com' è narrato, fu la causa de- 
terminante della sua partenza da Trino, manca nella Belazio- 
ne. Tacque il B., nel Diario, da cui questa deriva, il caso poco 
onorevole, o esso è parto cervellottico di qualche fantasioso 
narratore? Il Damonte lo espone con lusso di particolari. Qui 
lo si accoglie perchè, dopo tutto, par consentaneo al carat- 
tere del nostro avventuriere. 



— 90 — 

« Il Danioute, senza citare la fonte della sua iuforma- 
zione, fa il nome di cotesti favoreggiatori e cioè quello di 
« Tabet Habib, ricco negoziante di Persia, che abita a Scu- 
tari » e quelli di « Cleofa Tbévenot, francese, Camillo Ruti- 
liano, napoletano, e Goldemberg Samuele, tedesco », i). 133. 

» Damonte, p. 133. 

11^ in lUv.^ d. Alese.'-, p. 83. 

1' Damonte, p. 152. Per le altre lettere familiari pos- 
sedute da Angela Maria Boetti, nipote del Profeta, datate 
da varii luoghi e con notizie delle sue predicazioni religiose 
e delle vittorie guerresche, pp. 8-9. 

12 ivi, ediz. cit., tom. Ili, libr. Vili, p. 173, sgg. 

13 ivi, ediz, cit., tom. V, p. 129, %gg. 

i-* ivi, ediz. cit., voi. VII, libr. XVII, p. m, segg., e 

5, e p. 131, sgg. 

!•'■* ivi, ediz. cit., voi Vili, libr. XXI, p. 227, sgg. 

16 L'Ottino, op. cit., p. 338, ricavandolo dalP Olivier, 
op. cit., tomo V, p. 80, sgg., soggiunge: 

« Il ritratto fisico che si fa del personaggio, la coltura 
ohe il B. aveva estesissima, la dimora eh' egli ebbe in Russia, 
il fatto che fu scoperto essere il falso Morteza stato noto 
in Amàdia, donde appunto il Mansìir prese le mosse per le 
sue imprese, dàn probabilità alP ipotesi. Si può però metter 
in dubbio che il Boetti, prigioniero allora dei Russi, abbia 
potuto evadere tentando quindi di risalire per virtìi d' in- 
trighi all' antica potenza ». 

1' Di presunte favolose ricchezze del Mansùr si vocifera 
ancor oggi sui suoi natii colli monferrini donde, e più x>arti- 
colarmente da Casteisampietro, secondo quel che raccolsi 
dalla viva voce di taluni villici, partì alcune decine di anni 
or sono un tal Boetti, che vantando un ramo diretto di pa- 
rentela col Profeta intraprese un lungo viaggio, probabil- 
mente in Russia, per rivendicare e raccoglierne la cospicua 
eredità. Ma nuli' altro mai si seppe, x)oioh'egli non fece più 
ritorno. 

is In Evo.'' il. Aless.^, p. 83. 



— 91 — 

19 DamoLite, p, 153; sgg. ; D'Aueoiia, j), 450, come già 
a p, 447; Cesare Lombroso in una lettera, a me diretta e 
ohe io conservo, dopo esaminati i documenti editi in Riv.'^ 
d. Aless.'^^ 

^^ Questo fece, ma assai fuggevolmente, il D' Ancona? 
p. 446 e p. 450. 

II. — NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

Questa può tenersi per esauriente, dato che i^oche sono 
orjuai le probabilità ohe essa abbia ad accrescersi per ulte- 
riori aggiunte. 

Vita e fasti di Giusex^pe, II d' Austria, per Francesco Becat- 
tini ; Lugano, MDCCXC. 

— Istoria politica, eoclesiastica e militare del see. XVII 1 
(dall'anno 1750 in poi), dello stesso; Milano, MDCCXCVIII. 

— Expéditions des Bmses en Orient, 1788 del Pautrier, ofr. 
Damonte, p. 9. 

— Viaggio in Persia, G. A. Olivier, trad. cav. Borghi, 
Milano, 1816. 

— Mémoires ou souvenirs etc, Ségur (le oomte de), To- 
rino, 1829. 

— Seiamyl, il Profeta del Caucaso, V. Warner, trad."'' 
dal francese, Firenze, Le Mounier, 1885, che rammenta il 
Mansùr col « nome diManzoura-Bey, originario delle steppe 
del Governo d'Oremburgo, uomo sapiente... ecc.», p, 5. 

— Caterina II, A. Briickner in Stor.*' Univ^" ecc. G. On- 
ohen, Milano, Vallardi, 1889, ofr, oap, VI. 

— Chi fosse il Profeta Mansùr, svelò jDrimamente E. Ot- 
tino, il quale in una puntata (VI, p. 329 sgg. a. 1876) delle 
Curiosità e rioerohe di Storia Subalpina, Torino, Bocca, dà 
notizia della Eelazione del tempo di Vittorio Amedeo III, 
proveniente da Costantinopoli, jjoichè l'A. accenna come 
nei sobborghi di Pera e di Galata gli occorresse di vedere 
il personaggio di cui descrive minutamente le vicende. Nel- 
r episodio del segretario greco (v. nel testo p. 80 ), che tra- 



— 92 — 

fuga fra P altro al Boetti il « Jownìal écrit de sa mai», du 
joiir de sa iiaissanee jusqu' à oette epoque» è detto: «e' est 
de ih que uous savous toutes ses aventures »; donde si ricava 
che per tutta la prima parte alDieuo la delazione si fonda 
sul Diario stesso del Boetti. 

— In ordine cronologico spetta qui il posto al già citato 
art. del D' Ancona, cfr. nn. 1 e 2. 

— Alcuni anni dopo vedeva la luce una compilazione, 
modesta di aspetto e di stile, dovuta al parroco di Piazzano, 
sacerdote Perpetuo Dionigi Damonte: Il Profeta Mansiir, 
JSoeik - Oghan - Oolò, ossia II Padre Boetti, Moncalvo, Sacerdote, 
1882, pp. 160. L'A. arricohisce quanto già aveva scritto 
V Ottino di certe notiziole raccolte in Piazzano, dov' egli di 
morava, e nei paeselli limitroiì. Giova qui riportare il passo 
dove, affermato d^ aver fatto tesoro delle memorie esistenti 
nelP Archivio Parrocchiale di Piazzano, e di quelle procura- 
tegli dalla famiglia Boetti, dà di quest'ultima alcune utili 
informazioni. « Consultammo pure — egli scrive — i nostri 
vecchi ottuagenari e nonagenari, i quali affermano d' avere 
conosciuto personalmente i fratelli e le sorelle del suddetto 
Profeta Mansùr. Il padre di costui fu il signor Spirito Bar- 
tolomeo, notaio, il quale discendeva dai conti di Cunico, 
ove costoro anticamente erano feudatari. Questi conti (ofr. 
Dizionario geografico di Goffredo Casalis) provenivano da 
Asti, e, avendo perduto il feudo di Cunico, vennero a sta- 
bilirsi in Piazzano. Quivi nacque Bartolomeo e quivi morì 
nel 1800 in età di anni 84. 

Giambattista avea due fratelli per parte di padre. L'uno 
(n. 1760) era Luigi, notaio in Piazzano, che mori j)er caso 
{aie) in Trino nel 1814. L'altro era Gio. Carlo (n. 1756), il 
quale da prima sposò la ricca vedova del Belgioioso, teni- 
mento che trovasi presso Palazzolo. Rimasto vedovo si stabilì 
in Moncalvo, ove aprì una farmacia, e sposò in seconde 
nozze la signora Rosa, figlia di Alessio Sapelli ed Ippolita 
Godio di Forneglio. 

Frequentando da piccini casa Boetti avemmo la fortuna 



— 93 — 

di ooBosoore la nipote del celebre Manstir, signora Angela 
Maria, figlia del sullodato Luigi, e maritata al signor Gioa- 
netti Andrea di Vinovo, la quale nel 1840 i)ossedeva ancora 
un quaderno scritto dallo stesso Mansiìr, in cui era descritto 
minutamente il suo primo e secondo viaggio in Oriente, ohe 
essa leggeva a tutti gli amici elie andavano a visitarla. In 
esso quaderno sono notati i nomi delle città e dei paesi vi- 
sitati, le vicende accadutegli e le memorie prese » (pp. 5-7). 

Dei congiunti e discendenti del Profeta, egli fornisce 
pure l'albero genealogico (p. 157), che va i^erò in qualche 
punto rettificato, come già si rilevò (ofr. piìi sopra nota 4.*). 

Inoltre il Damonte afferma di aver rintracciato qualche 
orma del Profeta : « Monsignor Giuseppe Audu vescovo caldeo 
di Amadia — scrive a tal proposito — passò da Aleppo il 
29 luglio 1861 mentre io colà dimorava ; e si fermò due giorni 
nel mio collegio. Fra le altre cose mi raccontò che in Amadia 
vi sono ancora dei seguaci di questo profeta Mansicr e che presso 
di loro il suo nome risuona venerato » (pp. 29-30). 

A chiarimento di ciò occorre soggiungere ohe il Damonte, 
X)rima di raccogliersi nei senili ozi della sua canonica in 
Piazzano, dove io lo conobbi e lo praticai, girò anch' egli 
mezzo mondo, e fu, al pari del Boetti, missionario in Oriente, 
e dei suoi viaggi lasciò memorie letterarie. Nato in Castel- 
sampietro, comune monterrino del quale Piazzano è frazione, 
il 9 ottobre 1828, studiò a Casale; fu francescano nelF omo- 
nimo convento di Trino Vercellese ; missionario in Siria nel 
1858, fondò in Aleppo, dove soggiornò quattro anni, un col- 
legio, durato indi floridissimo, e vi insegnò la lingua ita- 
liana. Rimpatriato, scrisse intorno al celebre artistico san- 
tuario monferrino di Crea, e particolarmente opere di carat- 
tere storico-religioso quali: Ahdel- Kader ossia Le stragi del 
Libano e di Damasco del 1860, Torino, 1884; Lettere orientali, 
intitolate in seconda edizione La Siria, Torino, 1896, oltre 
alla monografìa citata sul Mansùr ; morì il 12 dicembre 1900 ; 
ofr. Uno scrittore poco noto: Perpetuo Dionigi Damonte scritte- 
rello da me inserito, a cortese richiesta del mio carissimo 



— 94 — 

prof. Federico Ravello, allora direttore della Gazzetta Ver- 
oelleae, in due puntate di detto periodico, Vercelli, 2 settembre 
1897, nn. 35-36. 

— Riassunse quanto allora si sapeva del Profeta, A. G. Ca- 
gna, il brioso romanziere vercellese, in forma inacevole, 
benché senza novità, in una conferenza tenuta in Casale 
Monferrato ed ivi edita: Mansnr, Casale, tip. Casalese, 1897. 

— Nel 1901 apparve in luce, la Relazione ecc., come si 
disse alle note 3, 4, 5, e allora discorsero del Mansùr molti 
fogli quotidiani e parecchie Riviste, fra le altre, con efficace 
sintesi. Minerva (Roma, 1910) per opera di Amerigo Scarlatti, 
al qual proposito per chiarire taluni dati di fatto ebbi ad 
inserire una lettera in Elettore, Casale, 5 agosto 1910. 



* Won più ad Alessandro D^Anvonaf bensì 
imrtroppo, alla sua memoria onoranda, va ora 
dedicato questo libretto, eh' egli avrebbe sicura' 
mente accolto con benevola compiacensa. 

Allorcliè, nel settembre scorso, dal mio eremo 
mon ferrino, lo offrivo con animo devoto e rico- 
noscente all' insigne studioso, che m' aveva spinto 
a ricercare gli sper ditti, e a radunare gli sparsi 
documenti sul Profeta Mansnr, sapevo di far 
cosa gradita a chi meco rammaricava che il 
nome del Boetti non venisse appaiato a quelli 
dei più celebri grandi indisciplinati, che di so- 
lito si rammentano. 

Ora Egli non è più. 

Nel rettificare, di su le bosse, con questa 
noterella aggiuntiva, la dedica ormai stampata, 



— 95 — 
io penso con infinita mestizia al Maestro dot- 
tissimOf daW animo eletto, dalla vita proda, 
laboriosa, cui parve sempre die il tempo fosse 
troppo scarso alla sua vasta, diuturna fatica 

F. P. 

Perugia, decemhre 1914, 



Modena, O. FERRAGUTI e C, Tipografi, Via Servi, 5. 



/■